La curiosità per questo aspetto della cultura islandese non è mai troppo poca. Ormai compaiono ovunque, la gente se li fa tatuare, cerca disperatamente libri o materiale che ne illustri il significato…e io vorrei proporre un paio di nozioni che vi aiutino a fare una scelta informata nel momento in cui spendete i vostri soldi.

Faccio tre considerazioni preliminari:

1) Questi simboli, i galdrastafir, non sono rune.

2) Le rune erano semplici lettere alfabetiche. Sono cadute in disuso con l’avvento della scrittura su pergamena perché meglio adatte alle incisioni su roccia o legno che non all’essere tracciate su pergamena, e perché il resto della cristianità usava le lettere latine.

3) Le rune potevano essere usate per scrivere formule o sigle magiche ma non abbiamo alcuna fonte su loro effettivi poteri specifici. Le lettere greche χρ oppure Α ed Ω che trovate in chiesa non sono “lettere magiche”, ma sono usate per rappresentare forze o concetti soprannaturali (Cristo, l’inizio e la fine).

4) Le rune non sono quasi mai state usate in Islanda, rispetto alla Scandinavia, dove epigrafi runiche e incisioni su legno abbondano. Le incisioni runiche in Islanda sono più uniche che rare.

5) L’alfabeto usato nelle rune che trovate nei cofanetti con titoli quali “Consulta l’oracolo runico”, è un alfabeto detto “futhark antico” usato in area germanica nella prima metà del primo millennio. Le rune usate per la scrittura in Scandinavia e particolarmente in età vichinga erano diverse: ᚠ ᚢ ᚦ ᚬ ᚱ ᚴ ᚼ ᚾ ᛁ ᛅ ᛋ ᛏ ᛒ ᛘ ᛚ ᛦ (con variazioni locali e temporali anche notevoli)

Quando comprate libri nelle sezioni di esoterismo delle librerie, libri che magari riportano i significati delle rune allo scopo di predire il futuro, sappiate che si tratta di congetture moderne che non sono supportate da alcuna prova antica. L’uso magico delle rune che viene fatto oggi da alcuni appassionati è di notevole interesse per gli antropologi e studiosi di fenomeni religiosi contemporanei, ma non occupandomi di antropologia urbana del XXI secolo, considero queste elaborazione esoteriche contemporanee poco interessanti.

Non ho nulla da redarguire – sia ben chiaro! – a chi dovesse trovare sollazzo, conforto o divertimento nel “giocare” con le rune o svilupparne qualche forma di credo religioso o di credenza esoterica, ma tengo particolarmente a separare quanto è fatto storico da quanto è mitologizzazione recente, e vorrei tanto evitare che persone non esperte vengano ingannate aggiungendo a queste invenzioni moderne la credenziale dell’età antica, perché semplicemente non ce l’hanno, ed è onesto ricordarlo. Penso che uno possa fare quello che vuole con le rune e i simboli magici, ma tra queste cose non rientra il mentire sulla loro storia per operazioni di marketing.

Questo è ancora più rilevante per i galdrastafir, ormai sdoganati nella cultura di massa come antichi simboli vichinghi. I fatti storici però, raccontano una versione molto diversa:

I galdrastafir, letteralmente “simboli delle magie” sono dei curiosi simboli di natura eterogenea che compaiono nei grimori (libri neri/libri di magia) islandesi a partire dal 1500. Mezzo millennio dopo la fine della tarda età del ferro scandinava, volgarmente conosciuta come “età vichinga”. Questo dovrebbe essere sufficiente a eliminare la nozione per cui tali simboli abbiano alcunché a che vedere con i vichinghi.

(Si trova un galdrastafur stilizzato a margine di un manoscritto più antico, il Codex Regius dell’Edda di Snorri, ma è probabile che si tratti di un’aggiunta successiva.)

Il manoscritto più antico che contiene dei proto-galdrastafir è il piccolo AM 434 a 12mo, conosciuto come Lækningakver, “Libercolo dei dottori”. È dell’inizio del 1500, ed è conservato a Copenaghen.

Qui troviamo un coacervo di rimedi erbologici, cura per malattie, scongiuri per disgrazie e altro, conflati in un modo che lascia trasparire come magia e medicina fossero praticamente la stessa cosa a quel tempo.

Il simbolo qui sopra viene indicato come soluzione per scoprire l’identità di un ladro. La terzultima e la penultima riga leggono «in nomine domini amen», il che ci ricorda una nozione fondamentale: l’universo, o se vogliamo il presupposto cosmologico, ovvero la visione del mondo che fa da sfondo a queste credenze è quella cristiana. Implica l’esistenza di bene e male come entità discrete, e la possibilità dell’individuo di agire per modificare il corso degli eventi, nel bene e nel male, invocando il potere di Dio, o del diavolo. Questa visione dualistica è tipicamente cristiana, la mitologia nordica (che ricordo esserci comunque giunta ormai filtrata dai compilatori cristiani) fa trasparire una visione del mondo ben diversa. Il bene e il male non sono assoluti, gli eventi hanno un corso ciclico, e il destino è una forza al di sopra degli dei stessi. Ricordiamo, inoltre, che la chiesa di norma non negava l’esistenza delle divinità proprie delle religioni sulle quali si imponeva, ma si limitava ad attribuire loro una natura demoniaca. La gamma di demoni evocabili includeva dunque anche vecchie divinità pagane. La cosa non implica che credenze pagane fossero sopravvissute, anzi, testimonia l’effettivo declassamento degli dei pagani da potenze supreme delle loro religione ad angeli caduti di un’altra, quella cristiana.

Il simbolo successivo viene invece indicato come atto a spaventare i propri nemici quando li si incontra. In questo senso è affine a quello che oggi chiamiamo Ægishjálmur, il famoso “Elmo del terrore”. L’elmo se terrore compare nell’Edda poetica, una raccolta di carmi pervenutaci in un manoscritto del 1200, come un oggetto concreto. Il passaggio da elmo a tutti gli effetti a simbolo che incute paura nel nemico non mi è chiarissima, e a meno che “elmo” (hjálmur) avesse qualche significato astratto di cui non siamo a conoscenza, il passaggio deve essere avvenuto più tardi. Il testo nel Lækningakver dice «Se vuoi che il tuo nemico ti tema, porta questo simbolo nella tua mano sinistra».

Potete anche ben notare che non ha nulla a che vedere con il simbolo che ci facciamo tatuare oggi! L’impressione che si ha nel consultare questi grimori è che gli autori avessero consultato fonti simili ma riciclato lo stesso materiale in modo creativo e producendo risultati diversi.

La forma attuale dell’Ægishjálmur compare nel manoscritto cartaceo seicentesco Lbs 143 8vo, conosciuto come Galdrakver, “libercolo delle magie”, custodito nella biblioteca nazionale d’Islanda.

Il testo è scritto in primo islandese moderno, e recita come segue:

«Æirz hialmur hann skal

gioraſt á blij og þrickia

J enni sier þa madur a uön a

ouin sijnum ad hann mæti

honum og muntu hann Jfiruinna

(hann er so sem hier epter filger

[Elmo di Æigir; verrà fatto su piombo e impresso sulla propria fronte quando uno si aspetta che il suo nemico lo incontri, e così prevarrà (contro il nemico). È così come segue sotto].

Da dove arriva questo simbolo? Si è letto davvero di tutto in proposito. Molti lo chiamano simbolo vichingho o runa poiché queste parole hanno il potere magico di spingere la gente a metter mano al portafogli e scucire quattrini. Ma ragioniamo un secondo:

Non esistono tracce di questi simboli nei reperti archeologici non solo islandesi, ma di tutta la Scandinavia. Se fosse stato un simbolo vichingo ci aspetteremmo di trovarlo inciso da qualche parte in Scandinavia, ma non è mai stato rinvenuto. I manoscritti medievali islandesi, ugualmente, tacciono sulla questione. Sebbene ogni tanto qualche runa salti fuori (generalmente lettere in serie scritte probabilmente come esercizio o promemoria a pié di pagina) di galdrastafir non vi è traccia.

Essi compaiono, a parte i piccoli tre del Lækningakver) come dal nulla nei manoscritti islandesi dal 1600 per poi diffondersi soprattutto nell’Ottocento. Per tracciare le origini di questo sviluppo è necessario sondare cosa stava avvenendo negli altri paesi europei in quel periodo, nel campo delle scienze occulte.

Nel rinascimento si diffonde in Europa un nuovo tipo di esoterismo, basato in larga parte su una tradizione che pare abbia origini ebraiche (messe in discussione da alcuni come bugia inventata per conferire antichità e dunque autorità ad un fenomeno essenzialmente nuovo) e che contempla l’evocazione di demoni per poterli controllare e far fare loro varie cose. L’evocazione demoniaca viene effettuata attraverso l’uso di specifici sigilli, raccolti in numero cospicuo in uno dei testi più diffusi dell’esoterismo europeo: la Clavicola di re Salomone. Molti erano i trattati di magia che emergevano e circolavano, apesso con false pretese di antichità. Si andava diffondendo la presunta arte di evocare entità demoniache per gli scopi più disparati, quella che è conosciuta con il nome di Goetia o Goezia.

Il sigillo nell’immagine contiene tre parole racchiuse nei circoli, sator arepo rotas, che costituiscono gli elementi di un quadrato magico/palindrome di origine Latina che ha avuto larga diffusione nel Medioevo europeo. Non vado a perdermi in una descrizione degli studi su di esso (che sono innumerevoli) ma vi rimando alla pagina di Wikipedia dedicata.

Questa è un’altra testimonianza del carattere europeo di questo sapere magico, che attinge al pozzo dell’esoterismo continentale, e non a qualche fantomatica tradizione pagana della quale non si ha assolutamente notizia.

Per tornare ai nostri simboli magici, in una pubblicazione francese del ‘700 che si colloca in questo filone troviamo ad esempio alcuni spunti interessanti:

Chiaramente si tratta di sigilli demoniaci con un’estetica molto più sviluppata e artistica, e da un punto di vista “filogenetico” è difficile intravederne la parentela con i Galdrastafir. Eppure…

Se procediamo a ritroso nel tempo, possiamo arrivare, nel 1400 in Grecia, a questo manoscritto: Harley 5596 (fol. 33). Contiene uno dei più antichi testimoni pervenutici della Clavicola di Re Salomone. Notate niente di curioso?

Ovviamente i simboli non sono assolutamente identici, ma le coincidenze sono troppe per non essere considerate. Non sono stato il primo ad aver notato una somiglianza, altri studiosi l’hanno fatta notare in passato, ma pare che una certa consapevolezza rispetto ad essa di stia diffondendo anche nella cultura pop: un suo riferimento l’ho di recente trovato come sorta di disclaimer in un sito che vende design di galdrastafir per tatuaggi o altro, dove l’autore spiega come si tratti di simboli vichinghi, nordici, per poi buttare lì una frase sulla plausibile origine solomonica, e concludere tornando alla loro origine vichinga:

«Aspects of galdrastafir are steeped in Germanic history, connections with Norse pagan gods and goddesses and rune alphabet characters going back centuries. It also seems likely that the form these staves take were inspired by the sigils found in mainland grimiores – the “Key of Solomon the King” being one most likely candidate. Runes were used for writing throughout the Germanic and Scandinavian regions up until around 1000CE, at which point their use declined except for marking graves, personal items and less frequently for charms and amulets. From 800CE to 1200CE people colonized and populated Iceland and carried with them the magical practices, their gods and the runes.»

Che parafrasato vuol dire: «I galdrastafir sono espressione del mondo pagano, connessi alle rune, ai vichinghi e agli dei nordici. Ma magari no perché pare siano ispirati ai sigilli de La clavicola di Re Salomone. Ma invece sì perché mi piace pensare che siano giunte in Islanda assieme ai primi colonizzatori».

È chiaro dunque che la connessione di questi simboli con la tarda età del ferro scandinava sia un argomento per certi versi sensibile, che va a toccare corde emozionali, e che per alcuni tale connessione può assumere i connotati di un dogma religioso difficile da toccare senza urtare la sensibilità di qualcuno.

Non ho compiuto uno studio approfondito sulla questione, e dunque la seguente è da considerarsi solo un ipotesi, per correttezza formale, ma penso sia la più plausibile:

Nel Quattrocento l’impero bizantino crolla sotto l’avanzata turca. Studiosi greci si rifugiano in Europa e portano con se un notevole bagaglio di sapere classico che contribuirà a innescare il Rinascimento. Questi studiosi devono aver portato con sé nuove forme di occultismo, oppure devono avere ispirato qualcuno a svilupparne altre, inclusi alcuni islandesi, che possono aver appreso indirettamente queste pratiche occulte in occasione di viaggi, soggiorni o altri contatti con il continente, per poi portarne alcuni assunti di base in Islanda. Qui, alcuni elementi estetici dei sigilli demoniaci di ispirazione salomonica sarebbero stati riassemblati, sviluppati ed elaborati fino a produrre una nuova tradizione idiosincratica islandese, favorita nel suo sviluppo dall’isolamento della piccola nazione insulare. Gli islandesi hanno dunque saputo elaborare, all’inizio dell’era moderna, degli elementi tramandati nella cultura occulta europea, integrandoli in una tradizione locale unica.

Sembra dunque più opportuno vedere i galdrastafir come lo sviluppo indipendente islandese della tradizione alchemico-esoterica del rinascimento europeo. Ciò non toglie nulla alla loro “islandesità”, e il fatto che non fossero già in circolazione in era alto-medievale non li rende un fenomeno meno interessante. Sono anzi la testimonianza di come gli islandesi siano capaci di recepire e partecipare ai grandi movimenti culturali del resto dell’Europa elaborando poi soluzioni uniche e creative aggiungendo il loro contributo personale.

Un’origine ebraica o comunque europea/esoterica è dunque qualcosa che semmai rende onore alla creatività e capacità di elaborazione che gli islandesi hanno dimostrato!