Dall’otto al diciassette agosto 2019 si è svolto il Reykjavík Pride, con un fitto calendario di eventi artistici, culturali e di intrattenimento, come presentazioni letterarie, concerti, danze, attività ricreative per bambini e famiglie…

Quest’anno degli amici della mia metà ci hanno invitato a partecipare alla sfilata su un carro. Eravamo su un rimorchio coperto di bandiere e palloncini colorati, popolato da ragazzi, genitori, bambini e signori vestiti con i colori del Pride, di fianco a un enorme unicorno gonfiabile, che ballavano al suono della musica, mentre un nostro amico sparava coriandoli in aria sulla folla sorridente.

Apprezzo molto la dimensione familiare e sociale del Pride di Reykjavík, che devo ammettere ho riscoperto dopo la decisione, a seguito della mia seconda partecipazione ad esso nel 2016, di non assistervi più. Questo perché considero il Pride come un momento di festa dove si celebra l’uguaglianza di trattamento nel sistema di diritti e del diritto. Un modo per ricordare che non voglio vivere in una società dove un padrone di casa o un datore di lavoro possono impunemente sbattere fuori un ragazzo o una ragazza per il loro orientamento sessuale, gay o altro, o per il loro colore.

Purtroppo nel 2016 avevano anche inserito nella sfilata un gruppo di gente vestita in latex che teneva altra gente al guinzaglio, unitamente ad altre forme di esibizionismo volgare che mi avevano fortemente deluso. Non tanto per bigottismo mio, perché personalmente sono ben consapevole degli estremi – a volte davvero inconcepibili e incomprensibili – che la sessualità umana può raggiungere, e la cosa pur a volte sorprendendomi non mi turba. Ma qualsiasi pratica sessuale non ortodossa, a mio avviso, non può avere ruolo nel pride perché si tratta innanzitutto di attività che uno può e ha sempre potuto praticare senza conseguenze nella privacy delle proprie mura domestiche, e in secondo luogo tali pratiche non sono comparabili a qualcosa come l’orientamento sessuale, che è un elemento determinante in una persona, e non può essere praticato in segreto senza gravi sofferenze psicologiche. In parole povere, non poter mostrare in pubblico i propri fetish più turpi per via di convenzioni sociali relative al buon costume, non può essere lontanamente paragonato al dover mascherare di essersi innamorato di una persona dello stesso sesso per paura di ritorsioni.

Non sono l’unico a pensarla così, e mi è giunta voci che molti nel comitato organizzativo del Pride si sono opposti con fermezza a questo corso degli eventi. Sfortunatamente, in alcune città del mondo, il Pride assume ormai le forme di una vera e propria orgia all’aperto, dove la gente pratica la propria sessualità in pubblico, cosa che probabilmente offre loro quella sorta di speziato in più.

Personalmente ritengo tutto ciò fuori luogo, alla luce delle considerazioni sopra. Specialmente in un mondo dove la battaglia per la parità di diritti non è ancora stata vinta. Trasformare il momento della promozione e celebrazione dell’uguaglianza in un’occasione per dare libero sfogo ai propri istinti più bassi e fare sesso in pubblico è davvero controproducente.

Nonostante un paio di eccezioni (come un signore sulla cinquantina/sessantina “vestito” di un mantello e pantaloncini aderenti con un largo squarcio sull’area delle natiche, che venivano esposte – immagino con sua somma eccitazione – ogni volta che il vento gli alzava il mantello) non ho visto sconcezze: soltanto una valanga di persone, uomini, donne, bambini, anziani vestiti con i colori dell’arcobaleno che sfilavano e ballavano sorridendo agli astanti e manifestando il proprio orgoglio individuale. Mi è piaciuto molto e sono stato davvero contento di aver mostrato il mio supporto.

È stata una bella sfilata quest’anno è sicuramente tornerò l’anno prossimo. 🙂

Se capitate a Reykjavík nel periodo del Pride, ve lo consiglio davvero come esperienza culturale, perché è un’occasione in cui si sente davvero una dimensione particolare della società islandese.