Gli islandesi mi chiedono spesso se ho mai trovato la loro società chiusa. Gli stranieri mi fanno la stessa domanda ancora più spesso, e onestamente la mia risposta è sempre no.

Molti stranieri lamentano però la difficoltà ad inserirsi, e si sfogano sui gruppi di Facebook o nei gruppi internazionali, è quindi ovvio che per alcuni la società islandese non è di facile accesso. Detto questo, la mia esperienza è stata diametralmente opposta, e faccio fatica a trovarne una spiegazione esaustiva perché si tratta di un fenomeno complesso e multi-fattoriale con più variabili di quante il mio cervello riesca a prendere in considerazione. Ciò nondimeno, penso di potermi permettere qualche riflessione almeno superficiale.

Credo di essere stato agevolato dal fatto che il mio inserimento è avvenuto inizialmente tramite l’università, che è un ambiente per natura più aperto ed inclusivo, dove i pregiudizi sono ridotti, ma la verità è che anche fuori dall’università non ho mai incontrato problemi nell’inserirmi. La famiglia della mia compagna mi ha incluso da subito, facendomi sempre sentire coinvolto e parte del loro gruppo. Il mio essere straniero non è mai pesato. Un grosso vantaggio è sicuramente costituito dalla lingua. Sebbene il mio islandese stia all’islandese standard come un lavoretto da asilo fatto con la plastilina sta alle Grazie di Canova, riesco a comunicare con gli islandesi in ogni situazione.

Forse quello che mi ha aiutato di più è però l’atteggiamento. Mi sono sempre posto come ospite in casa d’altri, e le numerose volte che ho incontrato elementi a mio avviso criticabili, sono sempre stato attento ai modi e ai tempi in cui ho espresso le mie rimostranze. Non mi ha obbligato nessuno a venire, e sebbene si possa migliorare e non manchi mai di difendere i miei diritti quando necessario, trovo che l’Islanda sia unica anche per i suoi difetti, che sono espressione della sua storia individuale. Non ho la pretesa di insegnare agli islandesi come vivere la loro vita, e non mi pongo come al di sopra di loro perché non tiro su col naso, o non rutto a tavola. Nemmeno mi metto a bacchettarli quando si esprimono in termini che in altri Paesi sarebbero considerati troppo diretti.

Qui in Islanda esiste una nutrita comunità internazionale, e la mia impressione è che molti stranieri gravitino sempre attorno ad essa per comodità, mentre allo stesso tempo si lamentano di non riuscire a farsi amici islandesi. Questa comunità internazionale si esplica secondo codici e convenzioni che non sono precipuamente islandesi, ma è influenzata (secondo la mia percezione soggettiva) da canoni e costumi grossomodo anglo-americani. Alcuni di questi elementi sono stati sdoganati in alcune frange della cultura islandese, ma sono ben lungi dall’esserne diventati parte integrante. Se ci si muove lungo questi parametri, è naturale non trovarsi (o non essere trovati) da circoli islandesi più – passatemi il termine – veraci e meno internazionalizzati. Per fare un esempio tra tanti, si può fare l’esempio del politicamente corretto, un hobby che gli islandesi non coltivano con particolare successo, nonostante la sua pervasività nei media che sono in gran parte gestiti da individui con un’istruzione e un’estrazione internazionali. Ora, se si pretendete di stare in mezzo agli islandesi interrompendoli ogni secondo per dire loro che non sta bene usare questa o quella parola, auguri ad inserirsi!

Personalmente mi sono sempre posto con la mentalità di chi deve adattarsi e ha solo da imparare. Ho cercato di mantenermi neutrale di fronte ad atteggiamenti che magari mi hanno fatto storcere il naso di primo acchito, e mi sono sforzato di leggere le intenzioni oltre alle parole: è forse superfluo che lo dica, ma alcune culture sono molto meno letterali di altre (in sociologia si definiscono “ad alto contesto”), così che usare un termine non implica necessariamente un significato univoco, ma il suo peso va valutato dal contesto. La medesima parola può essere offensiva in un contesto e neutra in un altro. Le culture anglofone, essendo “a basso contesto”, propendono per interpretazioni letterali delle parole: se una parola è considerata offensiva non c’è contesto che tenga, per questo il concetto di politicamente corretto è nato nel loro ambito. Lo stesso vale per le abitudini culinarie o di vestiario, cose a cui noi italiani badiamo tantissimo e con un rigore religioso. Gli islandesi danno a queste cose un peso molto diverso e queste differenze vanno contemplate nel momento in cui si interagisce con loro.

Quello che ho osservato spesso, è che alcuni stranieri provenienti da culture diverse spesso si pongono in una situazione di superiorità morale e pretendono che gli islandesi si adeguino alle loro convenzioni sociali. Per esempio, non c’è una cultura del servizio qui, e i tempi di preparazione di un caffè al bar sono biblici; questo a volte mi irrita, ma si tratta di un aspetto derivato da una storia che è diversa da quella del mio Paese, non mi sembra quindi corretto pretendere che i camerieri si adattino a me, come invece fanno alcuni. Trovo questo comportamento estremamente arrogante e irrispettoso.

Non sono nemmeno però mai scaduto nell’atteggiamento che molti hanno di voler nascondere le proprie origini: sono orgoglioso della mia italianità, ma non in senso bieco di superiorità nazionalista; sono orgoglioso di aver saputo trarre il meglio che ho potuto da essa. In termini culturali, sociali, culinari, la mia estrazione italiana mi ha offerto degli strumenti che ho fatto miei e si sono rivelati vincenti per le sfide della vita. Per questo ho rinunciato a mascherare il mio accento e sperare in cuor mio di passare per un local. L’Italia è una parte di me che merita di essere valorizzata, e se fatto nel modo giusto, gli islandesi la vedranno come un contributo importante, piuttosto che come elemento di disturbo. Mi sono ben guardato dal fare come alcuni, che magari si cambiano il nome da Zack Brody a Hrafn Viðarsson e rispondono in modo vago alle domande che naturalmente nascono di fronte a un tizio con accento americano che però si presenta con un nome islandese. Voler fingersi islandesi è più irritante che altro, visto che gli islandesi possono considerarti uno di loro senza considerarti un islandese, ragion per cui non ha senso fingere di esserlo.

Sono molto restio a scrivere liste di questo tipo su un argomento che ritengo essere troppo soggettivo per poterne estrapolare principi generali, ma sono sempre tanti a chiedermi come ho fatto ad inserirmi nella società islandese, per cui cercherò di offrire alcuni consigli pratici per facilitare il processo:

1. Imparate la lingua. Imparate la lingua. No davvero, imparate la lingua! Potrete fare meravigliose chiacchierate nei weekend in qualche pub usando solo l’inglese, ma non entrerete mai nelle cerchie più interne della società islandese se non parlate la loro lingua.

2. Non esibite il vostro disappunto di fronte a certi loro atteggiamenti. Se qualcuno tira su col naso o rutta e poi si scusa, fate finta di niente, non sbandierate il vostro disgusto aristocratico, o risulterete odiosi.

3. Non cercate la compagnia di altri italiani. Se vi capita di conoscerne ben venga! Diversi italiani in Islanda sono tra i miei amici più intimi e cari, ma non ci siamo cercati per via della nazionalità, ci siamo conosciuti per caso e ci siamo piaciuti.

4. Non frequentate solo circoli di stranieri perché vi permette di non lasciare la vostra comfort zone. All’inizio capirete poco o niente e vi sentirete degli idioti, ma se volete inserirvi dovete prendere parte a situazioni in cui la maggioranza è costituita da islandesi.

5. Non cadete nelle spirali di negatività. Se non siete stati accolti come pensavate di meritare, non rivolgetevi ai vostri connazionali per criticare gli islandesi, la loro ignoranza e la loro barbarie. Il risultato sarà che vi alienerete sempre di più da questa società, e sarà solo peggio per voi. Ci sono stranieri che sono qui da anni e non fanno che lamentarsi.

6. Non avete una storia in comune con nessuno e dovrete costruirvela. Significa quindi dover investire molto tempo ed energie sulle persone. Significa il farsi avanti e invitare gente fuori, sperando che prima o poi saranno loro a cercare voi.

7. I rapporti amicali in Islanda sono fondamentali, e assomigliano di più a quelli italiani che a quelli americani ai quali molti di noi si sono ormai abituati vivendo in giro per il mondo: significa che fare amicizia non implica l’uscire due volte per una birra e chiamare qualcuno “my friend”, ma un impegno di mutuo sostegno a lungo termine. In virtù di ciò, gli islandesi sono restii ad investire in amicizie con gente che dopo qualche anno potrebbe stufarsi e andarsene. Il che porta al prossimo punto:

8. Offrite segni tangibili della vostra determinazione a inserirvi, fate vedere che siete qui per restare: oltre ad investire nell’apprendimento linguistico, cercate di familiarizzare con la storia, la cultura pop, la letteratura, la musica…non deve piacervi tutto, e non dovete fingere di amare certi obbrobri artistici e musicali, ma conoscere meglio la cultura locale faciliterà le conversazioni e minimizzerà la sensazione di “alterità” che giocoforza trasmetterete all’inizio.

9. Partecipate ad aventi sociali. Mostrate la faccia e lasciate che gli islandesi si abituino alla vostra presenza. Dedicatevi alle attività tradizionali del calendario, come certe feste comandate, osservate qualche tradizione, magari aggregandovi a gruppi di locali.

10. Se siete introversi dovrete fare uno sforzo in più: gli islandesi sanno essere amichevoli ed espansivi nelle situazioni familiari, ma con gli sconosciuti possono essere abbastanza timidi. Se siete timidi anche voi è fatta la frittata: nessuno romperà il ghiaccio! Siccome il bisogno di costruirsi un tessuto sociale è più pressante per voi che non per loro, vi conviene fare uno sforzo e fare il primo passo, e magari anche i dieci successivi se necessario.

Aggiungo un disclaimer finale: non dovrebbe essere necessario ricordarlo, ma quelle sopra sono le mie riflessioni personali, soggettive, e se da un lato sono assolutamente passibili di critica da chi ha invece avuto esperienze diverse dalle mie, rimangono un’espressione legittima della mia individualità. Sono certo che a qualcuno non piacerà qualcosa tra la mole di riflessioni che ho scritto, ma rimango disponibilissimo a discuterne!