Siamo abituati a prendere in mano un libro di storia (o a consultare Wikipedia) e trovarvi la storia descritta come un racconto. Gli aspetti controversi sono spesso smussati in favore di una versione lineare che ha il pregio di essere chiara e il difetto di essere inesatta. La realtà è che le date sono spesso azzardate, approssimate, a volte non verificabili, e che gli studiosi si arrovellano e discutono continuamente su dettagli piccoli e grandi di queste storie.

La storia dell’Islanda si fa coincidere normalmente con il periodo detto delle colonizzazioni. Quando i primi colonizzatori di lingua norrena (antico norvegese/islandese) sono giunti in Islanda chi dalla Norvegia, chi dalle isole scozzesi. Nei testi Medievali più autorevoli, come il Libellus islandorumÍslendingabók di Ari fróði (il Saggio), composto nel XII secolo, e il Landnámabók (Libro delle colonizzazioni) l’Islanda è stata scoperta per caso da esploratori nordici, e la sua colonizzazione sarebbe stata avviata nell’anno 870 dal Norvegese Ingólfr Arnarson, che avrebbe preso possesso del sud ovest, a Reykjavík. Le stesse fonti ci dicono anche che all’arrivo dei coloni c’erano già eremiti cristiani di stirpe irlandese, che se ne sarebbero andati per non dover vivere a diretto contatto con i pagani.

Nel giro di pochi decenni tutta l’Islanda sarebbe stata colonizzata, con alcuni dei coloni che vengono descritti come cristiani, altri pagani, molti di nobili Natali, alcuni dediti alla pirateria. Nel 930 d.C., con l’Islanda ormai tutta occupata lungo il perimetro, e ancora coperta di foreste tra i piedi dei monti e la riva del mare, i nuovi coloni decidono di fondare il loro parlamento, l’Alþing, o Alþingi in islandese moderno. Questo è considerato il momento di nascita della nazione islandese, anche se le identità nazionali nel Medioevo erano qualcosa di molto più nebuloso e indefinibile di quanto non vorremmo noi oggi.

Questa ricostruzione tradizionale, in linea generale, è corretta, ma sussistono alcuni problemi:

1) Sono state trovate monete romane in diverse zone del Paese, monete di poco valore che non giustificano la loro conservazione – ad esempio – in un tesoro familiare. La famosa ultima Thule riportata da Pitea di Marsiglia e menzionata da Virgilio poteva essere l’Islanda? È possibile che i romani (magari di origine Britannica) vi siano giunti anche per sbaglio? Il fatto che le monete siano state trovate in punti diversi dell’isola fa pensare ad alcuni che uno sbarco romano sia meno probabile. È più possibile che circolassero le monete come oggettistica personale. È anche possibile che una cosa non escluda l’altra.

2) Nell’Est è stato trovato un insediamento temporaneo per la caccia estiva risalente al 700, quindi un secolo abbondante prima dell’inizio della colonizzazione. Pare che il racconto del libro degli insediamenti non sia proprio affidabile. In esso, l’esploratore Flóki dei Corvi Vilgerðarson avrebbe esplorato l’Islanda svernando al nord e vedendo i ghiacci fluttuanti giunti dalla Groenlandia, battezzando la terra in quell’occasione e chiamandola Ísland “Ghiaccioterra” (nessuna cospirazione per tenere lontani eventuali invasori. Questa è una leggenda nata su internet o non so dove, che non ha nemmeno senso, visto che al tempo del “battezzo” in Islanda non c’era praticamente nessuno). Ingólfur (che ho già menzionato) sarebbe stato il primo a trasferirvisi definitivamente subito dopo la scoperta. La realtà più prosaica è che l’Islanda dovette essere conosciuta già da molti decenni, e che molti vi si recassero nei mesi estivi per cacciare foche, volpi, trichechi…poi con il tempo i cacciatori stagionali hanno pensato di stabilirsi in pianta stabile.

Se non ve ne siete accorti, non ho mai menzionato i vichinghi. E per una buona ragione: chiamare le genti del Medioevo nordico “vichinghi” sarebbe come chiamare i popoli dell’impero romano “gladiatori”. È una grande idiozia che si è diffusa per colpa del fetish per l’immagine dell’esploratore nordico dall’elmo cornuto. I vichinghi erano PIRATI, questo è il significato più vicino al termine originale. I vichinghi potevano essere di qualsiasi nazionalità, reclutati ovunque, e non erano vichinghi in ogni momento della loro vita: facevano i vichinghi quando razziavano e depredavano, altrimenti erano islandesi, norvegesi etc.

La lingua che parlavano la chiamavano dönsk tunga, “lingua danese”, che oggi chiamiamo – per evitare confusione – antico nordico o norreno, dall’aggettivo norrœnn (contratto da norðr-œnn, “nordico”, come l’inglese “northerner”), il termine che usavano per descrivere i popoli scandinavi in generale.

Molti si domandano come facciamo ad avere date così precise come il 780 o il 930 e la risposta è nei testi che vi ho citato sopra. Ari il Saggio fu il primo a scrivere in lingua, appunto nel 1100 (questo ci viene detto dall’altro grande autore medievale Islandese: Snorri Sturluson, nell’inizio della sua Heimskringla, raccolta di storie sulle vite degli antichi re norvegesi, composta nella prima metà del Duecento, periodo in cui l’Islanda stava perdendo autonomia e passando sotto l’influenza politica della Norvegia).

A volte siamo fortunati e troviamo fonti che citano le stesse date precise, e che non sono palesemente copiate le une dalle altre, altre volte le date sono discordanti (ma di poco), mentre altre volte ancora le date o tutto il resto sono concordanti ma sono anche palesemente tutte copiate dalla stessa fonte originaria, ragioni per cui la fonte originaria non può essere presa per oro colato. Per quanto Ari fosse uno storico fine e molto avanti per il suo tempo, alcune delle informazioni che ci fornisce sono prive di riscontro in fonti indipendenti, e il grosso dei testi medievali (in particolare le saghe) sono state composte dopo di lui e citano il suo lavoro.

Sempre da Ari e dal suo Libro degli Islandesi, il Cristianesimo sarebbe stato accettato nell’anno 1000 per scelta dell’uomo delle leggi del tempo, Þorgeirr Þorkelsson (pronunciato Thor-ghiéir Thor-chièls-suon) che – sempre secondo Ari – avrebbe sentenziato che sarebbe stato meglio per la tenuta della nazione se tutti avessero adorato lo stesso Dio. Per alcuni anni venne però garantita una dispensa speciale per sacrificare in privato agli dei pagani , per mangiare carne di cavallo o esporre i bambini malformati a morire.

Alcuni gruppi neo-pagani odierni amano sostenere che tali riti siano proseguiti in segreto fino si giorni nostri, e che gli islandesi siano sempre stati Cristiani “di facciata” perché un’origine antica legittimerebbe questi culti contemporanei. Lasciate che ve lo dica una volta per tutte: sono fandonie. Dal Medioevo ai tempi moderni, prima delle re-invenzioni romantiche ottocentesche, tutte le espressioni folcloristiche, magiche ed esoteriche in Islanda partono da concetti cosmologici di stampo Cristiano.

Non sappiamo nulla di come i nordici adorassero i loro dei, di quali riti svolgessero e di come li praticassero.

Non abbiamo nessuna informazione sull’uso delle rune a scopo esoterico. Le rune erano un alfabeto come altri, e come gli altri poteva essere usato per scrivere formule e sigle con valore magico. I significati delle rune che leggete sui libri New Age di esoterismo sono mistificazioni recenti.

La mitologia Germanica antica è stata messa per iscritto praticamente solo in Islanda, e in particolare i due testi di riferimento sono l’Edda poetica, raccolta di carmi eroici e mitologici, e l’Edda in prosa, attribuita a Snorri Sturluson, che consiste in un manuale quadripartito per comporre poesia di corte con i metri allitterativi e le metafore mitologiche. Tuttavia questi testi sono molto chiaramente influenzati dall’ambiente Cristiano in cui è avvenuta la loro stesura, per cui gli studiosi si stanno ancora arrovellando per capire cosa ci sia di originale e cosa sia invece filtrato dalle lenti cristiane. Il sospetto, in molti dei riferimenti al mondo pagano che si trovano nelle saghe, è che tali descrizioni riflettano piuttosto le idee (magari distorte) che gli islandesi cristiani avevano rispetto ai loro antenati Pagani, piuttosto che la realtà. E non c’è nulla di male!

Le saghe sono tra i massimi capolavori della letteratura mondiale e sono state scritti da cristiani, grazie a tecnologie e a una cultura giunta nel Nord solo con l’avvento del Cristianesimo.

La neonata chiesa islandese inizialmente dovette faticare per stabilire la propria autorità sul territorio. I primi vescovi venivano dall’estero, ma già nel 1056 un islandese, Ísleifr Gizurarson, fu consacrato vescovo in Germania, dove aveva studiato, e donò la sua tenuta di Skálholt alla diocesi omonima. Skálholt fu la capitale islandese de facto fino all’età moderna. Un suo allievo, Jón Ögmundarson divenne il primo vescovo della diocesi di Hólar, nel nord. Consiglio vivamente di visitare entrambe le località per via della loro storia, ma Hólar in particolare è uno dei luoghi più belli che io abbia mai visto. Queste sedi vescovili furono il cuore pulsante della vita culturale islandese fino all’età contemporanea, prima dell’avvento dell’urbanizzazione, ma coesistevano assieme a una rete di monasteri e conventi sparsi un po’ per tutto il perimetro. Fu in questi centri che monaci e suore diedero il via alla copiosa produzione di saghe.

Ma cosa sono queste saghe? “Saga”, pronunciato con una “g” un po’ strascicata, in islandese significa “storia”.

Il corpus delle saghe islandesi è però molto più vasto di quanto la parola “storia” lasci intendere: gli studiosi hanno tentato di classificare questi testi usando un po’ delle etichette che erano già in uso nel Medioevo, un po’ criteri arbitrari, ma molte saghe sfuggono a una classificazione univoca e accorpano elementi propri di diversi generi.

Alcune sono di carattere storico, come le più famose, le Íslendingasögur, che trattano delle vite delle famiglie dei primi coloni negli ultimi secoli del primo millennio. Possono essere infarcite di elementi soprannaturali, come fantasmi, troll e streghe, ma hanno un’impostazione più storica, nonostante le trame avvincenti, i dialoghi, e spesso i versi poetici inseriti nel testo.

Le saghe dell’età antica, o fornaldarsögur sono invece narrazioni epiche che trattano delle gesta di eroi germanici nel periodo precedente alla colonizzazione dell’Islanda, quindi la metà del primo millennio. La Völsungasaga per esempio echeggia gli eventi del conflitto storico tra tribù germaniche e Unni, pur aggiungendo elementi mitologici e magici, come i nani, il drago Fáfnir (si pronuncia “Faupner” in islandese) e le valchirie.

Le saghe dei cavalieri, riddarasögur, sono invece una raccolta immensa ed eterogenea (e per molti versi ancora inesplorata) di romanzi e racconti cavallereschi. La loro carriera inizia con delle semplice traduzioni in prosa di poemi cortesi francesi, poi pian piano gli islandesi hanno preso a scrivere delle saghe dei cavalieri originali, includendo personaggi e ambientazioni a loro più vicini. Alcune di queste, come la Mágus saga jarls (Saga del conte Malagigi, personaggio che troviamo nella materia di Francia, e nell’Orlando), un romanzo cavalleresco avvincente e ricco di colpi di scena, festa eroiche e magia.

Esistono altri generi di saghe, come le saghe dei santi, le saghe dei vescovi, le saghe contemporanee…il corpus è molto vasto e variegato, e parte di esso aspetta ancora di essere studiato, edito e pubblicato!