Oggi è stata una giornata memorabile: ho realizzato un altro sogno nel cassetto che avevo find a prima di mettere piede in Islanda. Quando cercavo ossessivamente su internet informazioni su questo Paese, avevo scoperto che esistevano numerosi progetti di riforestazione e afforestazione, che hanno l’obiettivo di ripristinare l’equilibrio del suolo, creare habitat e contrastare l’erosione.

Nonostante l’Islanda sia famosa per le immense distese desertiche desolate, il suo territorio era coperto fino al 40% da foreste di betulle, al tempo dell’arrivo dei coloni norreni. Le foreste di betulle prosperavano su un terreno sottile e fragile. Quando i coloni hanno preso ad abbattere foreste per combustibile e per far posto ai pascoli, il vento ha causato una lenta e inesorabile erosioni che ha reso impossibile alle foreste di rigenerarsi con i ritmi ai quali i norreni erano abituati in Scandinavia. Già nei primissimi secoli del secondo millennio si hanno notizie di faide dovute a liti sulla gestione delle preziose macchie boscose rimaste, ma la fine del periodo caldo medievale e l’inizio della cosiddetta “piccola era glaciale” (durata fino all’Ottocento) hanno definitivamente contribuito al quasi totale azzeramento della copertura forestale del Paese. Un disastro ecologico di portata biblica.

La mancanza di foreste, oltre ad esacerbare l’impoverimento del suolo, rende il Paese vulnerabile alle tempeste di sabbia e cenere. Quando i vulcani eruttano, la cenere emessa può depositarsi su terreni forestali, magari andando addirittura a fertilizzarli…oppure può depositarsi sulla nuda roccia, pronta ad essere trasportata dal vento nei polmoni degli abitanti. I terreni spogli e senza radicamenti vegetali non trattengono l’acqua, che penetra e li lascia aridi, ancor più soggetti a spaccarsi, sbriciolarsi, polverizzarsi e librarsi in volo verso i nostri polmoni.

Il vulcano Hekla occupa un posto speciale tra i vulcani islandesi: nel Medioevo era considerato la porta dell’inferno. Il suo nome significa “cappa“, “mantella“, con riferimento alla costante calotta di neve che lo copre. Esso è eruttato una ventina volta nella storia documentata, e normalmente con esiti disastrosi.

Nella mappa di Ortelius è rappresentata come un monte dai pinnacoli in fiamme, e si legge nella descrizione che “condannata da perpetue vampate e da nevi, erutta rocce con un orrendo boato”.

Le pianure a nord-ovest di Hekla sono la zona di interesse del più grande progetto di rimboschimento in Europa: Hekluskógar (Boschi di Hekla). Dal momento che queste pianure sono tra le più interessate dall’erosione e dal continuo sballottamento di sabbie e polveri, negli anni si è cercato di riforestare diverse macchie, con l’intento poi di unirle pian piano e ripristinare la foresta originaria.

L’iniziativa di oggi è stata organizzata dall’associazione dei Musicisti islandesi, in parte sponsorizzata da IKEA che ha fornito frittelle e kleinur. In una giornata sono state piantate 10.000 betulle, nella speranza che un buon 60% attecchisca e inizi a favorire la rigenerazione del suolo.

Siamo partiti da Reykjavík con un bus alle 9:00 e siamo arrivati sul posto alle 11:30. La zona è molto remota, siamo già sugli Altipiani.

Qui abbiamo pranzato velocemente e ci siamo messi subito al lavoro: indossate speciali cinture con fascino, abbiamo riempito queste con i germogli di betulla, cresciuti in serra.

Piantare i germogli è molto semplice: con l’ausilio di un apposito strumento a tubo che termina con un beccuccio, si inserisce il beccuccio stesso nel terreno, si fa cadere verticalmente la piantina nel tubo, e poi si preme con il piede la leva in basso che fa aprire il beccuccio, spostando così il terreno e facendo cadere nel buco così ottenuto la piantina (vedi il disegno). Il tubo poi si estrae, e la piantina viene assicurata al suolo schiacciandone il terreno circostante con i piedi. Viene poi sparso del fertilizzante in grani.

Ho piantato più di cento germogli in questa giornata. Il tempo era meraviglioso, anche se freddo. La mia lopapeysa fatta a mano ha fatto il suo dovere!

È stato un lavoro faticoso, perché il terreno non si presta sempre bene allo scopo. In molte aree era poco profondo, e il tubo toccava rocce a pochi centimetri dalla superficie, così che era impossibile scavare alla giusta profondità. Ciò dimostra quanto sia urgente un recupero del suolo. Sono stato contentissimo di aver contribuito a questo progetto. È una goccia nell’oceano, ma con il mio sforzo ci sono comunque un centinaio di piantine in più nella natura islandese!