Þorramatur

Il primo weekend di febbraio, da ormai qualche decennio, è uso festeggiare una ricorrenza ispirata a una supposta celebrazione pre-Cristiana, ovvero la conclusione del mese invernale dell’antica calendario, il cui none era Þorri. La festa è stata inventata nella seconda metà del secolo scorso da un ristoratore, ma oggi è una ricorrenza molto sentita dagli islandesi, essendo un momento per celebrare la vicinanza con la comunità locale e le proprie radici. Per gli islandesi che vengono dalla campagna, ma vivono in città, è uso tornare ai loro villaggi d’origine per incontrare le vecchie conoscenze. La celebrazione consiste in una cena con ampie tavolate, in cui sono serviti a buffet cibi tradizionali. Nel corso della serata è offerto intrattenimento che può essere sotto forma di spettacoli di cabaret o stand-up comedy. La festa è nominata Þorrablót, con la parola blót in antico islandese indica un sacrificio rituale.

Per il visitatore, tuttavia, più che per l’occasione sociale – che per un forestiero è indubbiamente preziosa per inserirsi! – è il cibo a costituire l’attrattiva principale. Si tratta del cibo che veniva consumato regolarmente nei tempi andati per sopravvivere all’inverno. Cibo che oggi nessuno consuma più, fatto salvo per occasioni come questa.

Io e la mia islandese non andremo al Þorrablót del suo paese, Kirkjubæjarklaustur, per via del lavoro, ma ho voluto lo stesso onorare la tradizione, acquistando una selezione delle leccornie (volutamente sarcastico), che mi sono limitato ad assaggiare, sbolognandone il resto volentieri allo zio della mia ragazza, il quale ha un palato molto più allenato del mio.

Gli ingredienti possono variare, ci si può trovare il famoso squalo marcio, le flatkökur (specie di piadine morbide cotte sulle braci), il rugbrauð o pane di segale, purè di patate e rape, lifrapylsa o insaccato di fegato, blóðmör o sanguinaccio, la carne affumicata che si consuma anche per le feste di Natale…e all’occorrenza le leccornie che ho comprato comodamente confezionate in questa vaschetta.

Hangikjöt: “carne appesa”. Carne di agnello affumicata e poi bollita.

Saltkjöt: “carne salata”. Si spiega da sola. È sempre di agnello.

Sviðasulta: letteralmente “marmellata di bruciacchiato”, testa di pecora segata in due, col cervello rimosso, bollita per due ore finché la carne in si stacca dall’osso, poi viene versata in un recipiente e messa a raffreddare e il grasso si gelatinizza. Il bruciacchiato si riferisce al fatto che la testa di pecora viene esposta al fuoco per far carbonizzare il pelo. Ha un sapore di Simmental delicata.

Súrsviðasulta: “marmellata di bruciacchiato acida”. È come sopra, ma per conservarsi meglio viene immersa in siero di latte. Il sapore di Simmental si sovrappone a quello acido del siero di latte.

Hrútspungar: “testicoli di montone”. Preservati in gelatina. Sono disgustosi.

Lundabaggi: “filetto compattato”, grasso di pecora arrotolato e conservato nel siero acido. Sa di formaggio acidulo.

Bringukollur: “cima del petto”. Grasso dal torace di pecora.

Svið: “bruciacchiato”. La testa di pecora i cui peli sono stati bruciati via, che viene segata in due e bollita.

Una delizia irrinunciabile…

Voi cosa dite? Assaggereste questa roba se veniste in Islanda? O magari ne avete assaggiato se siete già venuti?

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Andrea Margutti ha detto:

    Ci vuole un bel coraggio ad addentrarsi a fondo nei meandri della “cucina tradizionale” nordica. Dopo un’esperienza quasi mistica con il surströmming ho provato anche il tanto decantato squalo e lo hrùtspungar, con risultati non proprio convincenti 😀

  2. Desy ha detto:

    Mamma Mia NO !

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