Primavera islandese

La primavera è tornata. Il sole tiepido e pallido ammanta di gloria e speranza le cime dei monti oltre la baia. La neve si ritira e i cieli si aprono sopra alle vite che continuano a passare. Ho appena richiuso per l’ennesima volta Paradiso e inferno di Jón Kalman. Bárður è morto di nuovo. Si è distratto memorizzando versi poetici e ha dimenticato la giacca cerata. È salito in mare aperto e il gelo lo ha ucciso. Mi commuovo sempre quando muore Bárður. La sua fine è la metafora crudele per tante delle vite che si intrecciano con la mia. Smarrirsi nella bellezza per poi morire per un dettaglio che abbiamo tralasciato nella foga dell’inseguimento di un qualcosa. Qualcosa di troppo alto perché il nostro sguardo non perda la percezione dello spazio. Ora ho riaperto un altro libro. Si parla di storia della letteratura islandese nel medioevo. Ho imparato una parola nuova varðveizla, che significa “conservazione”. Leggo di questi personaggi che hanno battuto con i loro piedi le stesse strade in cui passeggio io per andare a bere un caffè o per incontrare qualche amico. È difficile non dimenticarsi il passato quando ci si trova in mezzo a macchine, biciclette e palazzi di vetro. Volgo lo sguardo verso est, oltre la brughiera di Ellisheiði e immagino le piane sconfinate del sud, i picchi svettanti abbracciati su ambo i lati dalle lingue fredde dei ghiacciai ch scivolano verso il mare. E la la loro forza primitiva. Quella dei vulcani che esplodono sotto alla calma eterna delle calotte, e fanno tremare la terra, prima di abbattere le pareti esterne del ghiaccio depositatosi nei secoli, riversando un getto funesto di acqua, fango e morte che spazza via tutto, ponti, strade, vite, gioie e dispiaceri. Prima di trovare la sua pace sulla marina atra e luttuosa. E tutt’intorno la magnificenza dei monti innevati, e le cascate inarrestabili, e le gole che si spalancano su abissi morbidi dal profumo di muschio e foglie morte. E le fattorie con le pecore. Testimoni inconsapevoli di fatiche ormai millenarie, di aspirazioni deluse e piaceri effimeri. Vedo un uomo correre sul fiume gelato nel cuore della pianura. Regge un’ascia. So cosa sta per fare. Le pagine del mio libro scorrono rapide. Rotola un’altra testa, in mezzo a tutta questa prístina bellezza, inalterata nei secoli, e tanto straordinaria da uccidere. Bellezza che è stata e sarà sempre la fortuna e la tragedia di quest’isola, come descrisse Dante in una terzina apocrifa:

Di questa antica terra fia salute

per cui morì nella saga di Njáll

il tragico eroe Gunnar di ferute

Ma è davvero una bellezza per cui vale la pena vivere e morire. Un profumo di caffè e cannella mi invade le narici, seguito da qualche tocco leggero di pane tostato. La schiuma del cappuccino scoppietta allegramente nella luce fredda. E poi i manoscritti. Fotocopie sgranate di testi vecchi come questa nazione, e che più di ogni altra cosa ne incarnano l’anima profonda, anche se molti islandesi sembrano essersene dimenticati. È qui l’Islanda vera. Prima ancora che nelle campagne, nei crini svolazzanti dei cavalli e nel vello prezioso degli agnelli appena nati. Prima ancora che nei pescherecci stanchi e nei villaggi sparpagliati sui fianchi dei dirupi che si tuffano nei fiordi. Prima ancora che nelle cascate e nelle attrazioni recintate, stuprate dal capitalismo disperato di un popolo che nella sua sete di rivalsa ha a tratti abbandonato se stesso. Fra quei ghirigori spigolosi e antichi, che prendono vita ogniqualvolta uno studente o uno studioso getta lo sguardo su di loro, sopravvive l’essenza di una nazione che non potrà scrollarsi di dosso la sua storia così facilmente, e gli altipiani che circondano la capitale ne sono un monito ineluttabile. Non ci si può dimenticare che al di fuori del cemento, dell’acciaio e del vetro, delle luci della capitale, teatro della miseria umana in ogni sua forma – alta e bassa -, c’è il palcoscenico delle saghe. Il luogo vivo e cangiante eppur eterno e immoto dove eroi, criminali, vigliacchi, vescovi, nobili, schiavi, genî, imbecilli, maghi, preti, studiosi, pescatori, donne e uomini straordinari hanno sciolto la matassa della loro esistenza e intessuto una trama irripetibile di storia in cui anche io sono riuscito a inserirmi, e da cui sento di non potermi più districare.

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