Analisi testuali immature

Oggi si è svolta la prima prova scritta negli “istituti secondari di secondo grado” (bah…) in Italia. Come ogni anno, ritornano le stesse polemiche che mai si sedano perché chi di dovere non si è ancora preso la briga di esaminarle. Quella in cui vorrei entrare oggi è quella sulla famosa analisi testuale.
Generalmente si tratta di un testo sbattuto lì con poco o nessun contesto – o addirittura contesto sbagliato, come una decina di anni fa, quando in merito a una poesia di Montale su di un ballerino, venne chiesto di parlare del ruolo salvifico della figura femminile – e del quale ci si aspetta che il candidato descriva caratteristiche strutturali e tematiche.
Ci sono un buon numero di ragioni per cui questo lavoro, così impostato, si rivela inutile nella valutazione di un maturando; personalmemte lo trovo un esercizio meccanico che poco o niente rivela sullo sviluppo critico e la capacità di analisi dello studente. Pur non essendo io amante e praticante di critica letteraria, ci ho lavorato molto e ne ho prodotta diversa nel corso dei miei studi, specie all’estero. E ritengo che il metodo in uso nelle nostre scuole, oltre ad essere sterile, svilisce il ruolo di questa disciplina.
Sfortunatamente, le valanghe di “analisi testuali” fatte al liceo consistono generalmente nello spappagallamento meccanico di quelle del professore, che dalla mia esperienza sono assolutamente carenti e vuote, né più né meno che un esercizio di stile condotto malamente.
Analisi testuali come quelle fatte in Italia non le ho mai viste all’estero – e chissà perché ma di critici italiani sul panorama internazionale se ne contan pochi. Da noi si tratta di una arida dissezione e smembramento del testo, con l’intento di pescare in modo assai pedante tecnicismi stilistici, e al massimo ci si concede l’aggiunta di qualche iperbole moraleggiante e generalista buttata lì verso la fine giusto per raccattare i cocci.
L’insegnante legge, parafrasa, identifica figure retoriche, e ripete con parole più prolisse e sbrodolate cose che bene o male sono già in nota. I ragazzi impestano i due versi di poesia con sottolineature, frecce e appunti di dieci righette storte dove si legge il medesimo contenuto delle note, ma con le parole del docente. Se va bene passa qualche rifermento all’autore e ad eventi storici, o un breve cenno alla filosofia imperante dell’epoca.
Questa NON è analisi testuale.
Innanzitutto per stabilire quale sia il metodo migliore per procedere, occorre capire a cosa serva analizzare un testo letterario. A mio modesto avviso, il senso di tale pratica, apparentemente inutile, serve a fare in modo che un prodotto creativo dell’ingegno (o della stupidità) dell’uomo possa servire da spunto per una riflessione filosofica, storica e politica del mondo di oggi. Non sempre funziona, e alcuni testi fanno il loro tempo, e finiscono col non avere più nulla da dirci, almeno per un po’. Ma altri rimangono sempre attuali, come si ama dire, e stimolano alla riflessione su temi importanti che animano tutt’ora addirittura il dibattito politico. Non si tratta di fare esegesi e cercare la verità in un testo, ma di trovare un’interpretazione che per noi oggi abbia qualche rilevanza. Non solo per capire meglio noi stessi, ma anche per capire meglio il nostro modo di relazionarci al passato. Manzoni per noi oggi non ha lo stesso significato che aveva nel ventennio fascista. Un’osservazione di questo tipo può essere la base di innumerevoli riflessioni su problematiche dell’Italia manzoniana, fascista e berlusco-renziana.
Quando l’Europa era così arroccata nella sua idea monolitica di stato-nazione, anche la critica letteraria tendeva a vedere le tradizioni come monolotiche e indipendenti. Nell’ottocento le saghe islandesi venivano viste come pura e incontaminata espressione culturale nordica. Oggi, forse anche grazie al clima di collaborazione e scambio di cui si gode nell’Unione Europea, le tradizioni letterarie vengono studiate sempre di più in prospettiva continentale, e le saghe islandesi sono studiate in quanto prodotto di una cultura fortememte influenzata e inserita nelle dinamiche europee. La prospettiva internazionale ha aperto moltissime nuove finestre sulla comprensione dello sviluppo storico e culturale del vecchio continente, e oggi non si può prescindere dal fatto che un autore islandese dei primi secoli del secondo millennio, avesse quasi sicuramente letto Boezio, che fosse a conoscenza di elementi dell’epica omerica, e che fosse essenzialmente influenzato dalla dottrina cristiana.
Proprio in virtù di questa sua complessità, l’analisi testuale è qualcosa che va fatta con calma – non sotto pressione – su un arco di tempo di diversi giorni – perché richiede riflessione -, con libri alla mano per informarsi sul contesto storico, sul momento nella vita dell’autore in cui è stata composta, su eventuali riferimenti ad altri lavori, magari stranieri, che uno non può sapere se non si mette a ricercare, e molto altro ancora. Oggi i critici letterari collaborano con neuro-scienziati per comprendere meglio il funzionamento della memoria e gettare luce sulle dinamiche che interessano il passaggio della tradizione orale e in seguito della sua messa per iscritto, oppure per comprendere dinamiche sociali attraverso la rappresentazione delle emozioni nella letteratura.
Ho amici e colleghi che leggono articoli delle neuroscienze per poter scrivere qualcosa di sensato mentre cercano di capire se la ripulitura da elementi romantici dei testi francesi medievali – quando questi venivano tradotti in antico nordico – sia da imputare a una semplice differenza nell’espressione culturale delle emozioni, o se non corrispondesse ad una profonda differenza sul piano emozionale e relazionale.
Questa mole di materiale può essere poi sintetizzata in un’interpretazione complessiva e organica che abbia rilevanza sociale nel nostro momento storico. Altrimenti, con l’analisi testuale tipica della nostra scuola, fai solo vedere che sai cosa vuol dire anafora, prosopopea, enjambement, metonimia o chiasmo, ci sbatti la figura salvifica, il destino
dell’uomo e prendi 15/15 senza aver detto un cavolo. Anche all’università in Italia ho sempre colto un certo auto-compiacimento dell’insegnante nel pescare tecnicismi per poi dilungarcisi nel corso delle due ore di lezione. Poi emergono le lamentele sul non aver tempo di finire il programma. Tutto questo è deleterio e avvilente per lo studente e serve solo all’insegnante che ottiene un facile appagamento nell’esercizio tecnico, senza doversi sforzare attraverso un atto creativo e nuovi e interessanti orizzonti interpretativi, che avrebbero il potere magico di far capire subito ai ragazzi perché vale la pena leggere ancora Dante, Leopardi o Montale, più di ore e ore di sermoni vaghi e funambolici sul valore alto e impalpabile della letteratura come monumento storico. Ricordo come la mia insegnante sostenesse che Leopardi fosse sempre il preferito dagli adolescenti perché per un adolescente tormentato è facile identificarcisi. Esatto! Con Leopardi la rilevanza per la riflessione in un momento delicato della vita può apparire talmente ovvia da non necessitar nemmeno di essere menzionata. La bravura dell’insegnante sta anche nello spiegare e far passare perché i conflitti politici e morali di Dante sono interessanti ancora oggi.
Naturalmente non sarebbe onesto pretendere interpretazioni di questo livello dai maturandi, e l’analisi critica deve anche includere questi elementi formali, ma ci si può lo stesso aspettare un lavoro più creativo e meno meccanico da dei 18/19enni. Ovviamente non nelle sei ore della prima prova di maturità. Questo cambiamento deve avvenire a monte, ma probabilmente è necessario almeno un intero ricambio generazionale prima che l’approccio all’analisi testuale possa essere rivoluzionato.image

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Lorenzo ha detto:

    Io la vedo in questo modo. In Italia c’è un buon monte ore di letteratura italiana e latina nei licei. In quell’arco di tempo i docenti potrebbero lavorare tantissimo e preparare ragazzi in grado di leggere e capire un qualunque testo, sulla base di alcuni parametri tra cui la retorica ,la metrica e l’interpretazione sia canonica (quindi appartenente alle ricerche prodotte dall’università) che personale. Sappiamo benissimo che così non avviene . Non tutti abbiamo avuto la fortuna di incontrare buoni insegnanti di letteratura, oppure li abbiamo incontrati per poco e sono stati sostituiti da altri che non credono in ciò che hanno studiato, che concludono le interrogazioni con due domandine sulla poetica e su traduzioni (nel caso del latino e immagino anche greco) ripetute a memoria, mandando a stendere la grammatica ecc. Poi ci sono moltissimi studenti che, pur frequentando importanti licei (tra cui il classico), non hanno l’abitudine di leggere (quindi sono privi di qualunque metro di paragone, dato che nell’analisi devono limitarsi al testo che hanno in quel momento sotto mano) e secondo me di studiare in maniera efficace, per cui superano le prove di letteratura solo grazie alla memoria e non alla riflessione critica delle parole degli autori. Il bello è che alcuni di questi s’iscrivono pure in facoltà umanistiche e sfiorano il ridicolo raccontando di non leggere, di studiare di corsa per “sbarazzarsi” degli esami ecc. Come si può pretendere che queste persone facciano una buona analisi di testo se loro stessi non hanno voglia di comprendere ciò che leggono? oggi non c’è nemmeno il pericolo che insegnino, viste le circostanze della scuola, ma trent’anni fa credo che certi pessimi insegnanti siano stati pure dei pessimi studenti.

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