Anthropologia islandica (spicciola)

Pur non essendo un antropologo, e non avendo una preparazione rigorosa in questa disciplina, devo ammettere che mi piace parecchio osservare usi e costumi di altri luoghi e confrontarli con quelli che mi sono più familiari. Trovo che osservare gli altri aiuti a capire meglio sé stessi. In questo articolo vorrei parlare di alcune cose che ho osservato in questo mio primo mesetto in Islanda.
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Disclaimer: tutti i contenuti del seguente articolo rappresentano opinioni personalissime e soggettive dell’autore, contengono generalizzazioni sommarie che non rendono giustizia alla complessità propria di qualsiasi gruppo umano e non sono da intendersi come valutazioni ponderate e maturate al termine di un percorso di ricerca scientifica rigorosa.

La prima cosa che mi è perso di notare, e che mi sono trovato confermata in un libro di un’autrice islandese, The Little Book of the Icelanders, è che gli islandesi sono un po’ i “terroni” del nord. Naturalmente nel senso buono e affettuoso del termine. Questa era una sensazione che avevo già avuto alla mia prima visita vacanziera lo scorso anno. La confermo completamente. Gli islandesi non sembrano affatto avere quella spocchia altera che contraddistingue una grossa fetta degli scandinavi continentali. Senza offesa per questi ultimi, specialmente per quelli tra i miei amici. Sono molto più amichevoli e gioviali. Può capitare che una cassiera ti faccia qualche domanda personale e qualche complimento se provi a dire uno straccio di grazie in islandese, e nei locali è molto facile attaccare bottone.
Non so se sia dovuto al fatto che vivo in un quartiere residenziale molto tranquillo, ma mi capita di passare per la strada e incontrare gente che mi saluta con un bel góðan daginn, “buongiorno” pur non conoscendomi. Lo trovo piacevole. A Cremona o Milano non mi succede mai.
Cosa davvero strana per dei nordici, gli islandesi sono piuttosto disorganizzati, o meglio, tendono a non avere quella sorta di perfezionismo nevrotico che in virtù della pressione emotiva che causa, porta ad una notevole efficienza. Pare che questo atteggiamento sia dovuto a più di un millennio di piani andati in fumo a causa di improvvise catastrofi naturali. A che pro organizzarsi con largo anticipo se all’ultimo minuto esplode un vulcano e manda tutto in cenere? Almeno ti godi il tempo che ti separa dell’evento! Questo può risultare frustrante in tanti casi, ma diventa un sollievo in tanti altri: se sbagli una virgola non ti becchi una strigliata. Al massimo l’equivalente di un nostro “ma sì, tranqui”.
La cosa che amo di più in assoluto dell’Islanda, e uno dei motivi più forti per cui varrebbe la pena restarci, è la totale informalità che connota ogni aspetto della vita sociale. Le società dell’europa meridionale sono formali fino alla nausea: titoli, etichetta, protocolli…tutte baggianate che mascherano una sostanziale assenza di sostanza (beccatevi il pun). Qui se incontri il primo ministro – e non è nemmeno un’eventualità remota – lo chiami per nome, così come il professore. E nessuno si dimentica che il professore è il professore come certi reazionari nostrani fissati coi “ruoli” vogliono far credere.
Poi veniamo alle regole.
Parliamone.
A cosa servono le regole? Ma a fare funzionare una società naturalmente. Non sono certo una sorta di comandamento divino inattaccabile e da seguire alla lettera pena l’inferno. Se il semaforo pedonale è rosso, in Islanda non vuol dire che ti devi fermare, vuol dire che se arrivano macchine hanno la precedenza loro. Ma puoi sempre attraversare: si limiteranno a rallentare mentre ti affretti a raggiungere l’altro lato, per poi riaccelerare una volta superatoti. Trovo questo atteggiamento sano e maturo: degli adulti intelligenti sanno benissimo quando non è il caso di buttarsi, non c’è bisogno di formalizzarsi troppo su queste cose. Ho letto che a Milano hanno multato un tizio che ha attraversato una strada deserta in un punto senza le strisce, mentre in Germania hanno multato degli italiani che hanno osato attraversare una strada deserta alle quattro di mattina perché il semaforo pedonale era rosso. Io questo non lo chiamo rispetto per le regole, lo chiamo essere coglioni. La formalità che porta all’idolatria per i regolamenti è per me roba da menti piccole e mediocri. Possono arrestarmi e uccidermi, ma io una strada deserta la attraverso con o senza il semaforo. Mai e poi mai aspetterò il verde se non arrivano macchine. Lo trovo un estremismo integralista dogmatico, e credo di aver spiegato bene il concetto. Va bene il rispetto per le regole, ma rispetto significa gestirle responsabilmente, non diventarne schiavi. Mi è stato anche raccontato che qui esiste una legge severa che proibisce di girare in zone pubbliche da ubriachi. Suvvia. Siamo in un paese nordico e bere un po’ troppo è la norma anche qui. Secondo voi la polizia sta lì tutti i sabati sera ad arrestare o multare decine di ragazzi come prescrive la legge?
NO.
A quanto pare si limitano ad accompagnare l’ubriaco a casa per evitare che si metta nei guai. Non stanno lì a seguire la procedura burocratica standard prevista dai regolamenti. Costerebbe tempo e denaro allo stato, e rischierebbe di rovinare la vita a una persona che non ha (ancora) fatto niente di male. Di nuovo: va bene il rispetto per le regole, ma non siamo mica così idioti da piegarci a regole che vanno contro il buon senso, o sbaglio?
E qui vi racconto un esempio che mi brucia parecchio: a Cremona, quasi ogni giorno, mi faccio sei chilometri in bici per andare a trovare mia nonna che vive da sola. Spesso arrivo accaldato, infreddolito o bagnato. Il suo condominio è dotato di un portico colossale, non di materiali di pregio (cemento armato e pietra per il pavimento), completamente sgombro e fuori da zone di passaggio. Mi risulta comodo lasciar la bici lì, è dentro il perimetro delle ringhiere e non devo perdere altro tempo sotto la pioggia o il sole implacabile per legarla. Ovviamente però non posso: la vicina frustrata e senza una vita rogna che da regolamento le bici lì non ci devono stare. Ho provato a usare i seguenti argomenti di buon senso che a mio modo di vedere giustificano la non osservanza di tale regola: non è di intralcio, non la appoggio al muro, non ci sono altre persone che approfitterebbero dello spazio in modo incivile, se la lascio lì è solo per poche ore.
Ovviamente ad ogni obiezione di cui sopra, le risposte da disco rotto/automa controllato dal Grande Fratello, alias regolamento condominiale sono ” Sì MA IL REGOLAMENTO DICE CHE LE BICI NON CI DEVONO STARE SOTTO AL PORTICO!”.
Andatevene a farvi benedire. Ci rinuncio. Me ne sto in Islanda così vi tocca trovare altre menate con cui riempirvi l’esistenza.
Riguardo al guidare, i nostri islandici non brillano particolarmente. Si infilano svicolano, zig-zagano e sorpassano. La differenza con l’anarchia imperante che ho avuto modo di osservare in più occasioni nel sud-Italia, è che non si sentono clacson ogni secondo. Le infrazioni vengono fatte con nonchalance e discrezione. Senza stress da parte di nessuno. Ancora una volta: credo che non seguire le regole vada bene se fatto con intelligenza. Se è accettabile passare col rosso in un incrocio la sera quando non si vede anima viva, andare in corsia d’emergenza o buttarsi su una corsia di sinistra pur dovendo andare dritto lo sono un po’ meno.
Questo probabilmente irriterà gli idolatri delle regole, e io mi riservo il diritto di sostenere che l’obbedienza cieca è una virtù che non si trova nemmeno nelle oche. Al massimo nei marciatori a passo d’oca, e io non voglio trovarmi tra le loro schiere.

[“Random note” Refill: la gioia di spendere un euro, o quattro, per una tazzona di caffè…che puoi ri-riempire per tutto il pomeriggio non è descrivibile. Qui funziona così. Paghi una volta e riempi quante volte vuoi.]
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Gli islandesi sono esageratamente indipendenti. Fin da bambini. Sarà per questo che sono quelli che se la cavano meglio rispetto alla crisi, pur essendo stati quelli più duramente colpiti? (Ricordo la bancarotta de Paese nel 2008).
Si arrangiano alla grande. La cosa è positiva. Soprattutto perché pare non disdegnino mai il dispensare aiuto al prossimo se serve.
Inoltre, sono molto orgogliosi della loro cultura.
Non è vero che credono nei folletti. Anzi roteano gli occhi a quei turisti che glielo chiedono. È una favola come quella del tè inglese alle cinque. Attira turisti minchioni e allora qualcuno la tiene in circolazione. Qualcuno che ci crede c’è sicuramente, come qualche italiano che crede al sangue di S. Gennarə. Solo che noi siamo sessanta milioni e non trecentomila, quindi si nota di più.
Allo stesso modo, è assurda la storia che se ti perdi in una foresta islandese basta che ti alzi in piedi. Perché le piante sono basse per via del freddo e del vento. Già a Reykjavik si trovano betulle di dieci metri e pini possenti. Provate ad allungare il collo nel bosco sulla collina di Öskjuhlíð e fatmi sapere cosa si vede!
Pensiline riscaldate. Parliamone. Una serpentina incandescente che irradia calore dal soffitto mentre aspetti l’autobus. Sono di un accoglienza disarmante.
Molto meno accoglienti sono le stanze refrigerate che si trvano nei supermercati al posto dei banchi frigo. Verdure, carni, pesce e latticini sono in stanze separate con le porte a scorrimento automatico. Ci si iberna lì dentro.
Le piscine geotermali, ovvero l’equivalente delle piazze nostrane. Non si tratta di graziose pozze naturali di acqua termale racchiuse tra le brughiere, ma di normalissime piscine rivestite di materiale azzurro e odoranti di cloro. Generalmente, oltre alla piscina olimpionica, se ne trova un’altra dalla forma meno regolare, con posti a sedere e idromassaggio, e sparse in giro ci sono piccole piscine circolari con l’acqua con acqua da gelida a caldissima (fino a 45°). Si va con gli amici e si passa a mollo il pomeriggio facendo conversazione mentre si sta a mollo.
Per accedere alla piscina non c’è quella presa in giro della doccia automatica gelata che dura un millisecondo. Ci si deve proprio lavare col sapone prima di uscire dallo spogliatoio, e il sapone è gratis. Erogato da appositi rubinetti collegati a taniche. Non servono cuffie, e almeno dove vado io non si paga di più per avere un armadietto. Il costo per una giornata è di circa 4€. Per circa 30€ si hanno 11 ingressi. Ce ne sono anche di più costose. Quella dove vado io ha anche la sauna. La faccio perché pare faccia bene ma non mi piace. Fatico a respirare, mi scotto i piedi e sudo come un animale. Però la sensazione di sollievo una volta usciti al freddo è impareggiabile. Poi arriva il tuffo nella piscina gelata. Santo cielo. Dopo sauna e immersione gelata se mi immergo nella piscina riscaldata ho i recettori talmente andati che non riesco a capire se sento caldo o freddo.
È un’esperienza da provare comunque. State nella piscina calda mentre piove, poi, è davvero surreale.

Avrei ancora diverse osservazioni da fare, ma questo post si sta dilungando troppo, per questo lo interrompo qui. Mi auguro di non aver travisato troppo i miei cari islandesi. Pregasi prendere con le pinze quello che dico: non parlo ex cathedra. Spero almeno di aver suscitato l’interesse di qualcuno.

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