Repubblica, lingue, cervelli arrugginiti e altre bischerate

Due giorni fa è uscito un articolaccio su La Repubblica, non firmato e senza box commenti, che con toni degni dei peggiori rotocalchi scandalistici, riporta una ricerca scientifica che, a detta dell’autore, prova scientificamente che il cervello adulto non ce la fa a imparare lingue straniere perché arrugginito.Norsk Grammatikk
Visto che la maggior parte della gente raramente va oltre il titolo e il catenaccio, vi lascio immaginare cosa ha prodotto un tale articolo: migliaia di condivisioni a tappeto di ebeti con la coda di paglia che, alla prova dei fatti, stavano solo dicendo al mondo e a loro stessi “oh guardate che se sono una cippa con l’inglese non è colpa mia ma del cervello umano eh!”. Ecco perché puttanate del genere sono pericolose e da espulsione dall’albo: scoraggiano le persone a fare qualcosa che al giorno d’oggi non è peregrino definire una necessità di base.

Qui direte: “Va be’, se la ricerca ha rilevato questa cosa…” ed è qui che viene il bello. Ma andiamo con ordine: leggendo l’articolo, da linguista, ho capito che la ricerca misurava con tecniche innovative la percezione cerebrale dell’esposizione a suoni stranieri di un campione di persone che avevano studiato una seconda lingue e altre che non l’avevano fatto; il risultato sarebbe stato che le persone con esperienze linguistiche non erano comunque più brave delle altre a discernere suoni in apparenza simili, ma la cui differenza è fondamentale in certe lingue straniere.
Per farvi un esempio, noi italiani pronunciamo /ɛ/ (e aperta), anche le /a/ dell’inglese, così che due parola che vanno pronunciate diversamente, come “bed; bad”, risultano identiche se pronunciate da noi. Anche i fonemi /a/ ed /ʌ/ vengono spesso confusi, così che “bat; but” risultano uguali quando non lo sono. Questo dipende dal fatto che in italiano non esistono i foni /a; ʌ/, così che un parlante italiano li approssima al fono italiano più vicino, ovvero la nostra <a>, [ä].
Dunque, secondo l’articolaccio, questo studio sosterrebbe che anche se imparate a distinguere quei suoni inglesi, questo non vi rende più abili in generale a discernere suoni stranieri che non vi sono familiari. E questo punto le mie considerazioni erano:

  • Ovvio che distinguere tra due vocali inglese non ti infonde la scienza per distinguere tra due vocali di qualche oscuro dialetto altaico, così come giocare a calcio e pallacanestro non ti rende automaticamente più bravo a scherma.
  • Sarà che gli serviva la prova neurologica di questo, in ogni caso il fatto che un italiano non sappia distinguere due suoni inglesi di suo, non gli preclude la possibilità di impararli, come ho fatto io e come insegno ai miei studenti. Potevano almeno specificarlo, nello studio.
  • Cosa si è fumato quello di Repubblica per parlare di cervello arrugginito? Qui si parla del fatto che la gente assimila delle categorie astratte in cui piazzare i suoni, e se una lingua straniera ne ha di diverse, il cervello inizialmente tende ad approssimarle a quelle della lingua madre, come nel caso di [ɛ; a] inglesi, ricondotte ad [ä] italiano.

Poi ho avuto la brillante idea di leggermi l’articolo vero. Ma veramente. Cosa che dovrebbero fare tutti, eppure non si premura di fare nessuno.

     Non potete capire la mia sorpresa e il mio disappunto quando ho realizzato che questo studio sembra non avere alcuna relazione con quanto riportato da Repubblica, e piuttosto dimostra che l’apprendimento linguistico non avviene in modo proficuo a meno che gli studenti non siano immersi nella lingua straniere e imparino bene a sentirne e discernerne i suoni.
     Anzi, nelle conclusioni lamenta che lo studio di lingue straniere avviene sempre in contesti dove la lingua madre è pervasiva, e poca attenzione viene data alla pronuncia. Lamenta che l’acquisizione è compromessa dall’accento di insegnanti non madrelingua o comunque poco attenti alla pronuncia. Ma addirittura infonde una certa fiducia anche per gli adulti, visto che riporta che:

«Recent behavioral and neurophysiological studies suggest that the sensory resolution of phonetic features can be improved by targeted training, EVEN IN ADULTS, and new phonetic representations may be stably developed»

 

ovvero: recenti studi comportamentali e neurofisiologici suggeriscono che la risoluzione sensoriale di caratteristiche fonetiche (ovvero la capacità di percepire e distinguere suoni, ndr) può essere migliorata da un allenamento mirato ANCHE NEGLI ADULTI, e nuove rappresentazioni fonetiche possono essere sviluppate stabilmente.

    Semmai questo articolo corrobora la mia tesi per cui se gli italiani non sanno una cippa di inglese è perché permane la convinzione (da volpe con l’uva) che la pronuncia è un orpello per fighe di legno o virtuosi, piuttosto che la base assoluta. Addirittura l’articolo sostiene che nell’insegnamento viene dato troppo peso alla grammatica, così che la pronuncia/fonologia, viene trascurata: quello che dico sempre io, ovvero che i nostri liceali gonfi come pavoni scodellano i verbi irregolari Shakespeariani, ti sanno usare were in funzione congiuntiva, ma poi non capiscono e non sanno dire una ciospa in un contesto reale.

Dunque sono allibito per l’uso strumentale della ricerca nell’articolo: l’autore la distorce per alleggerirsi la coscienza; probabilmente è un lavativo con blocchi mentali, ma la colpa deve essere di madre natura, e possibilmente essere non solo sua, ma di tutta la razza umana.

In cocnlusione, vada a farsi benedire Repubblica, o chi per essa, partite da subito con la pronuncia e insisteteci caparbiamente: vi aiuterà un sacco.

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