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In questo articolo vorrei trattare di un argomento che per molti è tabù, mentre per tanti altri è comunque assai delicato: le convenzioni ortografiche. Ho imparato a mie spese che mettere in discussione tali convenzioni può risultare in violentissime e irrazionali reazioni, e a mio avviso ciò dipende dal fatto che l’ortografia ci viene inculcata da bambini, e da essa dipendono tante cose nella nostra vita di alfabetizzati. Queste regole si cristallizzano e sedimentano, per poi diventare parte della nostra identità. Un po’ come per la questione dei crocifissi nelle aule scolastiche: tante persone a cui di Cristo non importa un accidente e si guardano bene dal seguirne gli insegnamenti, diventano feroci difensori del suo posto sui muri delle aule perché parte dell’apparato culturale con cui si identificano. In quel caso come in questo, addurre argomentazioni logiche serve davvero a poco, perché qui non si tratta di essere razionali, ma di dover giocoforza toccare tasti delicatissimi. Se a questo aggiungiamo il fatto che veniamo cresciuti con l’idea che chi conosce certe regole ortografiche contorte è una persona ben più di valore di chi invece le ignora, abbiamo i presupposti perché l’irragionevolezza di un sistema ortografico venga difesa da quelli che in essa vedono un pretesto per sottolineare la loro presunta superiorità coltivando dell’elitismo velleitario. Parlo di quelle persone inutili che trovano il senso della loro esistenza correggendo le persone che su Facebook scrivono “qual’è” o “sé stesso” (forme che, peraltro, sono teoricamente accettabili, se non addirittura preferibili!).
Questa lunga introduzione serve per evitare le levate di scudi che prevedo si verificheranno: anche io sono cresciuto nell’idolatria delle convenzioni fini a sé stesse, ma dopo quattro anni di linguistica ho imparato a relativizzare queste questioni. Per chi non dovesse partire dai medesimi assunti di un linguista, o aspirante tale, sintetizzerò alcuni punti fermi e indiscutibili che vanno tenuti presenti in questo tipo di discussioni:

1) Le lingue cambiano. Che ci piaccia o no. Le regole difese a spada tratta di oggi sono le storpiature vergognose della lingua di ieri. Se si guarda alla lingua in prospettiva diacronica ci si sente degli idioti a voler difendere un tempo verbale o una pronuncia in particolare, quando esse stesse risultano da un errore o storpiatura nelle fasi antiche.

2) Le lingue non si impoveriscono. Per quanto le istituzioni ci provino, proibendo l’uso di lemmi stranieri come avviene in Francia, la gente quando parla trova sempre un modo per sopperire a ciò che viene perso per strada. Sicuramente, quando il latino iniziò a perdere i casi, non mancarono i profeti dell’apocalisse che pronosticavano un degrado tale da portare il latino a un linguaggio basico da cavernicoli. Il risultato è che i parlanti hanno sostituito i casi con le preposizioni e gli articoli. Da questa storpiatura del latino sono nati Dante, Chrétien de Troyes e altri, fino ad arrivare a Baudelaire, Hugo, Leopardi e Foscolo. Tutti questi autori sono riusciti a fare a meno dei casi nei loro alti capolavori, e nel caso dei francesi, sono riusciti a fare a meno anche di parecchie desinenze verbali perse nella fase medievale: per distinguere le persone la gente ha iniziato a specificare i pronomi personali anche là dove prima erano sottintesi. Se un tempo verbale viene perso, significa che non è necessario, altrimenti la gente non riuscirebbe a farne a meno quando parla (pensiamo al congiuntivo!); e la perdita sul piano dell’espressività è soltanto una mistificazione: l’italiano sta guadagnando molta più espressività di quella che offre il congiuntivo grazie alla massiccia importazione di lessico straniero che contribuisce a specializzare il linguaggio arricchendolo di sfumature. Il congiuntivo a volte viene sostituito dall’imperfetto perfino da Dante, e questo basterebbe a fissare la sua accettabilità anche nell’italiano colto.
3) Le convenzioni ortografiche non sono decise da persone investite da un’autorità divina. Sono scelte da uomini, spesso autori, che seguono la loro ispirazione – spesso svarionando – e vengono poi imitate da tutti gli altri. In alcuni Paesi esistono istituzioni che legiferano in materia ortografica. In Italia abbiamo l’Accademia della Crusca, che suggerisce ma non legifera, e viene solo citata a sproposito da insegnanti di liceo. Non essendo di matrice divina, le convenzioni possono essere tacciate di inadeguatezza, astrusità, o anche demenzialità. Se questo viene fatto da un dodicenne lavativo che non vuole studiare siete scusati nell’accusarlo di essere solo un pigro. Se vengono da gente che ha studiato linguistica dovreste andarci cauti nel cassare le critiche alle vostre regole beniamine, e mostrare un atteggiamento più maturo.
4) Le lingue che si fossilizzano nella grafia diventano un inferno, meglio fare piccole modifiche strada facendo che aspettare otto secoli per poi trovarsi con una grafia che non c’entra una mazza con la pronuncia: l’inglese ha un’ortografia che implora pietà non perché chi l’ha inventata fosse un coglione, ma perché nei secoli, i grammar-nazi hanno preferito mantenere le regole ortografiche medievali, anziché aggiornarle. <name> si pronunciava come in italiano, nella fase medievale, poi nei secoli è diventato /neɪm/ nella pronuncia, con la /a/ divenuta dittongo e la /e/ finale scomparsa. Per un grammar-nazi è giusto imparare che “la /a/ si pronuncia /eɪ/ quando è lunga (peccato che la lunghezza non sia sempre prevedibile nella grafia inglese!), e la <e> in fine parola non si pronuncia (tranne in alcuni casi)”. Io e tanti altri come me riteniamo che sia giusto aggiornare la grafia e scrivere, ad esempio *neim, o magari *naym. Quale dei due atteggiamenti vi sembra più intelligente?
5) Le grafie aggiornate possono sembrarvi brutte. E’ solo perché siete abituati a regole diverse. Per il vostro pronipote non ancora nato, qualora dovesse nascere una volta che la grafia italiana sarà stata aggiornata, il problema non si porrà. Se a scuola gli insegneranno a scrivere <azzione> ed <esercizzio> secondo la pronuncia, al massimo si domanderà perché i suoi trisnonni fossero così scemi da scriverne una sola anche se ne pronunciavano due. Cercate di evitare argomenti inutili e irrazionali del tipo “eh ma azzione è brutto”. Brutto perché vi hanno lavato il cervello con l’idea che sia sbagliato. Non lo è in senso assoluto, e non dovrebbe esserlo.
6) Le riforme ortografiche si fanno da tempo immemore, basta guardare come si scriveva in italiano nel seicento per capire quanto diverse fossero le convenzioni. Quando si fa una piccola riforma si lasciano liberi i conservatori di continuare con le convenzioni che hanno imparato ai loro tempi, e nella fase di transizione si accettano entrambe le forme. Fino a non troppo tempo fa, in inglese si scriveva shoppe e olde, in luogo dell’attuale shop e old. Gli inglesi possono permettersi solo riformine di questo tipo perché resettare il sistema secondo la pronuncia sarebbe un mutamento apocalittico: la grafia dovrebbe essere aggiornata in poco tempo per rispecchiare i mutamenti avvenuti in quasi un millennio. Noi abbiamo la fortuna di parlare italiano solo da due/tre generazioni, e solo per averlo imparato a scuola secondo l’ortografia antica. Ora che è effettivamente lingua madre di milioni di persone, la sua evoluzione fonetica va accelerando. Credo sia opportuno non perdere troppo tempo e aspettare di trovarci come gli inglesi.

Fatte queste premesse, ecco le mie proposte per un’urgente riforma ortografica:

– inserire la doppia <zz> nelle parole in <-zione; -izio>: azzione, esercizzio, per rispecchiare la pronuncia.
– abolire l’inutile regola dell’inserimento di una <-i> nel nesso <ce;ge> se preceduto da vocale: camice, spece, ciliege. Si risparmiano ore e ore di martellamento inutili ai bambini delle elementari. Perché bacchettarli per voler loro imparare a scrivere una <i> inutile, quando la si può direttamente togliere?
– abolire la grafia latineggiante <c> là dove l’italiano la presenta arrotondata a [q]: quoco, squola, quore etc. La <c> rimane perché per qualcuno è intelligente segnalare che quelle parole in latino avevano la <c>. Peccato che in latino erano anche pronunciate così, mentre l’italiano ha arrotondato le <c> a <q> a causa di un inserimento successivo delle <u> che in latino non c’erano. Poi perché proprio in questo caso si insiste sull’etimo latino? Perché allora non scriviamo philosophia per segnalare che in greco era pronunciata con un /p/ seguita da aspirazione? Perché sarebbe inutile, dispendioso e ridicolo. Esattamente come la <c> nelle parole di cui sopra.
– inserire una <h> nel nesso <gl> quando non è pronunciato come in <aglio>: ghlifo, geroghlifico (alcuni sostengono sarebbe meglio g-lifo e gerog-lifico col trattino, ma a mio avviso crea confusione perché in italiano il trattino segnala dei composti negli altri casi, e g-lifo non è certo composto di g e lifo!
– concedere una maggiore libertà di adesione al parlato, accettando “Itagliano, Antogno, Giuglia” nelle varietà settentrionali dato che 20/30 milioni di persone lo pronunciano in questo modo. (edit. questo è uno dei punti più controversi! Se ne può discutere…)
– concedere massima libertà sulla segnalazione degli accenti tonici, e non correggere gli studenti che nei temi si prendono la briga di segnalarli. Andrebbero piuttosto lodati per il loro zelo! Avremmo così: scandinàvo, pudìco, prìncipe, ancóra, etc. Aiuterebbe anche a capire come diavolo si pronunciano e se il maledetto edile sia in effetti édile o edìle (i dizionari riportano entrambe le forme, ma è perché non sapendo la maggior parte della gente come pronunciarlo, un 50% si butta su una vocale, e il restante sull’altra, e con un 50/50 di distribuzione non puoi che piegarti e prenderli per buoni entrambi).
– abolire sottoeccezioni e sottoregole arcaiche senza alcuna produttività pratica: <sé> sempre accentato quando è pronome. A chi sostiene che seguito da stesso e medesimo non sia confondibile, domando perché allora non scriviamo “Lo porta con se; a se stante, diretto a se”, casi in cui non è assolutamente confondibile con il se congiunzione? Perché quella del se stesso; se medesimo è una sottoeccezione idiota ideata per il gusto del complicare. Fuori dalle balle!
– scrivere anche “soqquadro” con il <cq>; oppure sostituire tutte le cq come doppie <qq> che ha anche più senso. Aqqua, aqquistare, aqquerello, aqquaio. La <cq> è una cretinata affine all’inglese/svedese <ck>. I danesi e i norvegesi, che sono più intelligenti, scrivono <-kk>. Se si tratta dello stesso suono, ma più lungo, perché mai dovrebbe essere rappresentato da due lettere diverse?
– concedere la grafia <qual’è> dato che “qual” non è più voce viva nel lessico e sopravvive solo in forme fossili tipo “un certo qual…”.
– trovare una lettera alternativa per la z sonora, anche per casi ambigui: razza (di cane) ra(d)zza (pesce).
– permettere una resa italiana di lemmi stranieri ormai nell’uso universale: compiùter, maus, sòftuer, memoricard, etc.

– punire col carcere duro la pedanteria dei grammar-nazi: le regole ortografiche servono all’uso pratico e devono essere il più trasparenti possibile; non esistono per soddisfare con la loro astrusità e incoerenza il bisogno di elitismo di qualche sadico complessato.

Si accettano ulteriori suggerimenti o obiezioni pertinenti.