L’importanza di chiamarsi filologo

Una parentesi sul tema delle traduzioni. Non sono un traduttore professionista, ma in virtù della mia pruriennale esposizione ad ambienti monolingui inglesi (incluso l’anno Erasmus in Scozia dove ho potenziato di molto la mia competenza nell’inglese scritto accademico), ho spesso offerto prestazioni come traduttore. In molti casi, la differenza tra una traduzione di servizio e una traduzione come si deve sta nell’assenza di costrutti o espressioni palesemente tradotte in modo letterale ma che nella lingua di arrivo suonano innaturali. In questo caso però, volevo dire due parole sulle traduzioni di opere letterarie, che sono assai più spinose di quelle di testi scientifici o informativi che mi sono trovato a dover tradurre.
Molti autori, più o meno consciamente, utilizzano elementi linguistici il cui peso semantico non appare immediatamente trasparente nemmeno al lettore madrelingua, ma che hanno un peso espressivo notevole, oltre che un valore evocativo. Pensate a tutti i nomi tolkieniani costruiti su radici inventate, pur avendo – nelle lingue costruite dall’autore – significati ben precisi e rilevanti anche ai fini dell’interpretazione dei personaggi.
Per questo, i traduttori non possono che fare affidamento sulla loro preparazione e sperare che il loro acume faccia saltare ai loro occhi certi significati oscuri o velati, che potrebbero insipidire il testo se trascurati. Ricordo vagamente ad una conferenza del dott. Storti, traduttore dall’Islandese (vi consiglio “Sotto il Ghiacciaio” di Laxness, da lui tradotto in Iperborea), che raccontava di aver trovato uno strafalcione imbarazzante da una traduzione di un testo inglese, a sua volta tradotto dall’islandese: la traduttrice non aveva riconosciuto -river in quanto elemento inglese tradotto dall’islandese, credendolo parte del toponimo originale, e non traducendolo in italiano con “fiume”.
Stesso dicasi per certi toponimi che per qualche motivo inspiegabili vengono mantenuti tali e quali in italiano, con l’aggiunta della traduzione italiana di una parte, che costituisce così un’inutile ripetizione.
Perché diciamo il lago di loch ness (il lago di lago ness) e non *il lago di lake Michigan?
Perché diciamo le isole Fær Øer (le isole isole Fær), e non l’*isola di Isle of Man?
Per lo stesso motivo per cui la gente chiama chiama mascella quella che in realtà è la mandibola: perché è ignorante, come disse saggiamente un mio prof di biologia interrogato sul perché dicessero tutti mappamondo quando lui sosteneva che la parola corretta è “globo”.
Tuttavia, se possiamo perdonare queste idiosincrasie al parlante medio, quando si tratta di traduttori possiamo essere molto più perfidi e sadici. Non dico che bisognerebbe essere linguisti storici prima che traduttori, ma un bagaglio culturale storico-linguistico sicuramente renderebbe il traduttore più consapevole e meno soggetto a svarioni imbarazzanti. A questo proposito, qualcuno mi può spiegare perché la casa di Hogwarts in Harry Potter che in inglese è detta Ravenclaw (lett. “corvartiglio”) era stata tradotta nelle prime edizioni con “Pecoranera” (?!) e solo successivamente adattata a “Corvonero”? Accidenti, lo sanno anche i muri che raven vuol dire corvo! E Tassorosso? I cui colori sono il giallo e il nero? Ok, forse la traduttrice non poteva saperlo, ma perché impelagarsi con queste baggianate quando i nomi (eccettuato il Ravenclaw) sono comunque poco chiari anche in inglese? Lasciamo perdere il Tassofrasso della traduzione riveduta. Mi fa venire la congiuntivite.
McGranitt.Perché secondo la traduttrice la professoressa McGonagall era dura e inflessibile come il granito. Sì. Peccato che J. K. Rowling una stronzata del genere non deve neanche averla pensata. McGonagall è un cognome scozzese: esiste davvero. Sprite? La paffuta prof. di erbologia si chiama Sprout (lett. “germoglio”). Puzzava così tanto quell'<ou> per volerlo sostituire con <i>? Piton: Snape suona “serpentoso” (assonanza con “snake”=serpente). Piton suona demenziale, da umorismo grossolano per menti poco fini. Ho sempre pensato che Snape suoni rettiloso perfino in italiano. Del resto l’inglese è assai onomatopeico. Ma veniamo alla chicca: SILENTE! Il Sancta Sanctorum dei personaggi harrypotteriani. Un nome a cui il pubblico italiano si è talmente affezionato da difendere questa scellerata scelta di traduzione contro ogni ragionevole logica. Questa traduzione, in una sorta di modalità virale auto-replicante, ha instillato un’idea distorta del personaggio Albus Dumbledore, che ha portato il pubblico italiano a vedere Silente come la traduzione perfetta: essa ha fatto sì che il pubblico italiano si facesse l’idea di un Silente altero ed elegante quando l’originale Dumbledore vuole trasmettere un’idea di giocosità (qualcuno, molto poco politically-correctamente direbbe “da checca isterica”, con le conoscenza che abbiamo a posteriori sull’orientamento sessuale del preside). Questa idea di un silente scherzoso e giocherellone è poi l’immagine che ha il pubblico inglese. Sappiamo bene che silente è capace di grande profondità, ma il suo carattere è assai burlone, incline alla battuta e molto auto-dissacrante (il mega cappellone da strega uscito da un cracker che si mette scherzosamente in testa difficilmente è da “Silente”).
Per i fan di Game of Thrones, ho invece un’altra bella chicca: <Winterfell> è tradotto in italiano come “Grande inverno”. Peccato che <fell> sia un termine che l’inglese ha mutuato dall’antico nordico e significa “monte/colle solitario”. Posto che è molto probabile che Martin non ne sia a conoscenza, rimane un fatto filologico imprescindibile. “Monteinverno” o “Colleinverno” sarebbero state traduzioni più azzeccate.
Questo per dire che non basta l’inglese da bar per fare i traduttori e una conoscenza della linguistica storica non nuocerebbe mai e poi mai al lavoro di traduzione. Poi rimane il fatto che gli errori scappano anche ai migliore, ad esempio il filologo Marcello Meli, nella sua pregiata traduzione della Njáls saga edita da Mondadori, segna che il termine islandese <fell> (sì, lo stesso di Winterfell), significa “cascata” (probabilmente confondendolo con l’inglese fall), che in islandese è foss.

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Data la mia assoluta insignificanza rispetto al professor Meli, rimando all’immagine che riporta il termine fell nel dizionario di antico islandese del Geir T. Zoëga.

fell, n. collina, montagna (isolata). Cf. ‘fjall’.

Immagine

E’ dunque evidente che il lavoro del traduttore non è affatto una passeggiata. Purtroppo persiste la convinzione popolare che la traduzione si riduca a sostituire meccanicamente parole da una lingua all’altra, quando in realtà le implicazioni che tale sostituzione comporta sono assai più complesse e inter-relate. La conoscenza pratica, o “di lavoro”, di una lingua non implica automaticamente un’adeguatezza al lavoro di traduzione. Esso richiede tempo, controlli incrociati, una certa dose di fortuna, e un bagaglio di conoscenze che va ben oltre il lessico e la grammatica.

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. scassandralverde ha detto:

    Parole sante !
    (Io studio il cinese)

    1. Robbie Pagani ha detto:

      Wow! Ho una venerazione per quelli che sconfinano oltre le lingue indoeuropee. Deve essere ancora più ostico rendere concetti da lingue tipologicamente così distanti…

      1. scassandralverde ha detto:

        Sì, infatti non ne sono ancora neppure lontanamente capace ! =) Però non demordo !

  2. pickylachesis ha detto:

    Io sto studiando Inglese e Russo, ma, una volta finito, non saprei che facoltà magistrale scegliere :/

  3. lospaesato ha detto:

    Bel blog! Questo è il primo articolo che ho letto completamente (avendo fatto studi di traduzione, non potevo non avere l’istinto primordiale di leggerlo!), ma ho spulciato bene anche quelli dove parli dell’apprendimento delle lingue 😉
    Felice di seguirti!

    1. Robbie Pagani ha detto:

      Grazie! Spero ti piacerà tutto quello che leggerai 🙂

  4. Alessia ha detto:

    Articolo molto interessante! Esistono libri di linguistica storica?

    1. Roberto Pagani ha detto:

      Grazie Alessia! È un argomento molto vasto e sfaccettato. Se cerchi qualcosa di introduttivo ti consiglio “Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa” di Francisco Villar. La parte grammaticale potrebbe essere molto tosta per un esordiente, ma quel libro è una miniera ed è in Italiano!

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