Pro e…pro della laurea triennale

Ci sono una profusione di articoli, pagine web e parole al vento sprecate che riguardano il delicato tema della tesi triennale. Il sistema 3+2 è nato in Italia dallo spezzare in due blocchi il vecchio programma quinquennale, e come in ogni situazione in cui è previsto un cambiamento più o meno radicale, ci sono legioni di cariatidi che protestano e lamentano la decadenza inarrestabile della razza umana. In questo post vorrei provare a spiegare e argomentare la mia opinione secondo cui non solo la struttura 3+2 non sia un male, ma sarebbe addirittura migliora del vecchio quinquennio dal punto di vista della formazione dei laureati. L’opinione me la sono fatta, in particolare, grazie al confronto che ho potuto fare tra il sistema italiano e quello scozzese nel mio anno all’estero con il programma Erasmus.
     Tanto per cominciare, il fatto che dopo tre anni uno possa già vedersi il suo impegno riconosciuto a norma di legge non implica né che in quei tre anni ha studiato di meno di quanto avrebbe fatto nei primi tre anni di un percorso quinquennale, né che si debba necessariamente fermare lì. Il diploma di laurea triennale offre una possibilità i più a chi non ha tempo, voglia, o soldi di smazzarsi altri cinque anni di professori lunatici, esami iniqui, libri costosi, viaggi su treni surriscaldati, pranzi in piedi mentre si rimbalza da una sede all’altra e quant’altro. Va da sé che un laureato triennale non ha la stessa preparazione di uno magistrale, ma vista la flessibilità del mercato del lavoro, non è un problema trovare un posto per chi ha fatto qualche esame di meno o ha scritto una tesi più breve. Anzi, secondo alcune stime sarebbe più difficile inserirsi nel mercato del lavoro per coloro i quali sono in possesso di una laurea magistrale che non per quelli che hanno in mano una triennale, e questo pare dipenda dal fatto che (sempre statisticamente) i voti di laurea magistrale sono tendenzialmente più elevati per qualche strana ragione. Un dato che induce diffidenza.
Forse per la paura (infondata) che ci siano troppi studenti nelle università italiane, si tende ad essere davvero impietosi con i triennalisti, mentre quegli intrepidi che decidono di proseguire vengono accolti a braccia aperte. Chissà. Dico “paura infondata”, perché in Italia si laurea un ragazzo su dieci, mentre in altri paesi europei si arriva anche ad uno su tre, due.
     Questo astio nei confronti dei corsi (e delle tesi) triennali, a mio parere, nasce da un certo conservatorismo becero, e in quanto tale finisce sempre per scovare (almeno in apparenza) qualche pretesto più o meno logico per giustificarsi.
     L’argomento che viene più spesso tirato in ballo è che i ragazzi dopo tre anni non sono pronti per produrre qualcosa di scientificamente rilevante o interessante.
A parte l’offesa che prendo sul personale nel vedere quanta poca fiducia venga riposta nei giovani, mi viene da domandare se quelli che la pensano così conoscano i ragazzi uno per uno, o se per caso non stiano applicando i loro personalissimi standard al resto della popolazione studentesca…così, en passant.
Caro professor X, se dopo tre anni di università non si sarebbe potuto azzardare a metter mano alla penna e produrre qualcosa di personale, la colpa è da attribuire a due soli possibili fattori (potenzialmente combinati):
  • In quei tre anni le hanno insegnato solo a spappagallare.
  • Lei non è una persona adatta a contribuire al dibattito scientifico (il che non significa darle dello stupido, sia chiaro, ma se dopo tre anni non osa avere opinioni e non è in grado di sostenerle significa che non è troppo tagliato per questo. Se invece preferisce dare la colpa al sistema, riveda il primo punto).
     Vediamo di approfondire la questione:
premetto che parlo solamente delle facoltà umanistiche, non sarebbe realistico pretendere rivoluzioni nel campo della biologia o dell’ingegneria aerodinamica da un triennalista (anche se qualche genio capita sempre). Mi riferisco soprattutto agli studi umanistici, dove è possibilissimo formarsi e crearsi delle opinioni ponderate e motivate in tempi relativamente brevi. 
In effetti, nelle università anglosassoni è parte del lavoro obbligatorio per il voto finale di un corso il produrre un saggetto su un determinato tema, per cui lo studente deve spulciarsi il più testi possibile e produrre un lavoro originale rielaborando quanto letto e mettendoci del suo, analizzando le tesi altrui e dimostrando perché, secondo lui, tali tesi siano fondate o meno. Visto che nel campo delle scienze umane (più volte che no) si tratta di concetti opinabili e mai verità assolute (che lasciamo volentieri alle scienze naturali), è perfettamente legittimo che un ragazzo al primo anno osi contraddire le sbrodolate di un critico/studioso di fama acclamata. Va da sé che la contraddizione deve fondarsi su basi logiche ed essere supportata non già da banali “va da sé”, ma da riferimenti incrociati con altri lavori di altri autori, o altre fonti rilevanti, che diano spessore alla tesi dello studente. 
Ad esempio, da ex-studente di liceo delle scienze umane, con sei ore settimanali di psicologia e sociologia, mi imbatto continuamente in termini propri di tali scienze che vengono usati a sproposito in lavori di critica letteraria. Così come millanta critici berciano su Freud senza sapere della valanga di nozioni freudiane che sono ormai abbondantemente superate nel dibattito psicologico o psicanalitico. E se sono in grado (citando autori e fonti) di dimostrare che il critico X ha riempito 300 pagine di scemate perché non era a conoscenza di un certo punto fondamentale della psicologia moderna, perché non dovrei/potrei farlo? Sarebbe lesa maestà contraddire in qualche punto certi dottoroni ingessati? E in caso di risposta affermativa, il dibattito scientifico cosa esiste a fare?
     E qui entra in gioco un’altra scusa: i ragazzi non ne sanno abbastanza per poter formulare opinioni consapevoli.
Vi svelerò un segreto scabrosissimo: nemmeno i luminari ne sanno mai abbastanza. Anche loro si dimenticano nomi, date e fatti, devono andare a controllare sui testi o sulla rete, e fanno figure barbine durante gli esami quando lo studente frustrato sbatte loro il libro in faccia ed esclama “Visto che ho ragione io?!”. La verità è che se si vuole scrivere un articolo/saggio sul tema x nel testo y dell’autore z, nove volte su dieci è più che sufficiente leggersi una buona bibliografia sull’argomento, per vedere cosa ne è stato detto in passato da altri, per poi trarre le proprio conclusioni e cercare dati che suffraghino la propria opinione all’interno del materiale disponibile. A volte capita di sconfinare e doversi leggere qualcosa di storia, di politica o di linguistica, ma generalmente si può produrre un lavoro ragionevolmente originale o interessante in un paio di settimane, con almeno 7-10 testi in bibliografia. A me addirittura è capitato di dover citare da un testo di medicina mentre inquadravo la situazione psicologica di Hedda Gabler nell’opera omonima di Ibsen. E la cosa mi è fruttata un 72, con il 70 che traduce un 30 e lode italiano. Questo non per dirvi “acclamatemi sono un genio”, perché se ci applichiamo siamo capaci tutti di produrre qualcosa di nuovo. Il punto è  che bisogna allenare la mente ad essere creativa e noi non lo facciamo mai.
     Questo è, nella mia umile opinione, il difetto più colossale delle università italiane: per come sono impostate, più che culle del sapere scientifico, sono dei grandi allevamenti a batteria per pappagalli. Con il pretesto che non ne sai abbastanza per avere idee tue, ti fai elementari medie e superiori senza poter dire “A!”, e quando arrivi finalmente all’università e ti appassioni a quello che studi…è di nuovo tutto come prima: devi solo rigurgitare nozioni perché non sei mai pronto. E continua così, non ne sappiamo abbastanza, non siamo abbastanza consapevoli, non sappiamo di qua, non conosciamo di là, e il momento per produrre non arriva mai. Col risultato che uno si laurea ed è buono solo a memorizzare vagonate di dati (spesso inutili) senza poterci fare niente.
E qui emerge di nuovo l’abisso tra le università britanniche e le nostre: a loro non interessa che tu sappia a memoria le cavolo di edizioni del romanzo di Jane Austen o che abbia memorizzato l’elenco dei titoli delle opere giovanili di tizio. A loro interessa che con le conoscenze che hai, tu sia in grado di problematizzare i temi e analizzarli alla luce di determinate problematiche culturali o storiche.
L’esame finale di letteratura scozzese (scritto, perché sappiamo bene che agli orali si divaga e sono più soggettivi dell’io), prevedeva, nella sua prima parte, un’analisi su un testo poetico mai visto prima (per evitare appunto le scodellate di nozioni precotte trangugiate a memoria), in cui oltre a riconoscere i “rhetorical devices” mi era richiesto di interpretare le tematiche secondo il mio personalissimo gusto, ma in modo tale da poterle argomentare con la logica e organizzarle in un discorso coerente. In sostanza non ho spappagallato le noticine appuntatemi a lezione ma mi sono sforzato di dire qualcosa di nuovo. A prescindere dal voto, questo è un esercizio logico e interpretativo utilissimo, che noi non facciamo mai perché ripetiamo come dei dischi rotti quello detto a lezione dal guru di turno. La seconda parte dell’esame prevedeva due domande scelte da una lista di nove, e in ognuna di esse dovevo discutere almeno due autori alla luce delle problematiche sollevate dalla domanda. La domanda poteva essere una frase provocatoria, oppure una richiesta precisa, tipo “Discuti il valore del vernacolo nella letteratura scozzese del XX secolo”. In questo modo, invece di sbrodolare e ripetere cose che tanto si trovano su Wikipedia, ho dovuto presentare due autori e legare alcune loro opere alla problematica della domanda, paragonandoli e mettendoli in contrasto, e facendo (all’occorrenza) riferimenti storici o ad altre discipline.
     Negli esami in Scozia, a  differenza dei saggi durante il semestre, all’esame non si aspettavano citazioni. Sarebbe un po’ troppo pretendere che i ragazzi possano memorizzare frasi tali e quali da saggi critici (può capitare, e va benissimo eh!). Durante il semestre ci si aspetta, dato il tempo a disposizione, una certa perfezione di forma, una struttura adeguata e rigorosa, citazioni e bibliografia esaustiva. Durante l’esame si controlla soprattutto se lo studente sia in grado di ragionare e abbia memorizzato dati fondamentali su un’ampio arco di argomenti. 
     Gli esami italiani sono quanto di più imprevedibile e soggettivo possa esistere. Una vecchia carampana in un bugigattolo nel sottotetto che fa domande qualsiasi e affibbia voti basati spesso su fattori quali 1)L’umore dell’insegnante, 2) Il fatto che si possa o meno dimostrare di aver comprato il suo libro (in Scozia passano tutto in PDF o chiedono ai colleghi autori dei libri di poterlo fare), 3) L’ora del giorno 4) I voti presi in precedenza (se sono tutti alti potete star tranquilli, altrimenti rassegnatevi ché 30 non lo prenderete MAI) 5) L’amore del professore per gli sproloqui in italiano impeccabile etc.
     Per le date delle edizioni e i sottogruppi dei sottogruppi delle opere di Shakespeare inventati dal critico x esistono le enciclopedie. Noi studiamo letteratura principalmente perché offre uno spunto di riflessione interpretativa su temi e questioni che toccano la sensibilità dell’essere umano. La studiamo perché solleva questioni di ambito etico, morale o storico. Perché sætter problemer under debat (pone problemi su cui dibattere), come diceva il critico danese Georg Brandes. Non studiamo letteratura per tramandare la conoscenza delle date e delle minuzie. Picconarsi il cranio e schiaffarci dentro nozioni aveva senso ai tempi dei celti che non conoscevano la scrittura e si tramandavano il sapere a memoria. Oggi per sapere la data di nascita di un autore, o le date dei suoi viaggi in Italia (tutte informazioni utilissime eh! hahahahahahahaha!) basta aprire un qualsiasi testo critico, e spesso anche Wikipedia. E’ ridicolo conoscere a menadito dati e numeri se poi non si sa interagire con il testo e si è buoni appena di ripetere i contenuti delle lezioni. A meno che non studiate in Italia. Nel cui caso potete pure continuare a spappagallare e avrete il 30 garantito. Non venitemi però a dire che la nostra università offre l’eccellenza.
     E veniamo finalmente alla tesi triennale. Se la tesi di laurea di una volta si configurava come un saggio in forma di libro da qualche centinaio di pagine, quella triennale si configura di più come un potenziale articolo di rivista scientifica specializzata. Il volume differente delle due trae però in inganno: più pagine non significa necessariamente più informazioni (o più cose sensate). Ricordo in terza media una prof che ci aveva detto che ai suoi tempi “se la tesi non era di almeno 250 pagine non te la guardavano neanche”. Come dire, scrivo dieci pagine e tengo premuto il tasto ? finché non ne ho riempite 251 con quel simbolo. Siamo seri: è perfettamente possibile che a qualcuno bastino 20/30 pagine per formulare un discorso quasi rivoluzionario, ma ovviamente se non allunga il brodo e non va a impelagarsi in periodi oblunghi tanto per riempire spazio, la cosa non va bene, giusto? Non importa che uno abbia una buona idea, l’idea deve riempire pagine e sciupare carta.
     A mio avviso, proprio per il minore spazio a disposizione, la tesi triennale rappresenta uno strumento ancor più prezioso per educare al pensiero scientifico:
  • Devi trovare qualcosa
  • Scegliere un punto problematico di quel qualcosa
  • Farti un idea sul problema
  • Pensare a una soluzione
  • Supportare la soluzione
  • Far stare il tutto in poche decine di pagine.
     L’ultimo punto è quello che amo di più. Se Kant avesse scritto pari pari il contenuto di un qualsiasi bigino di filosofia su di lui, anziché sbrodolare centinaia di pagine, sarebbe stato più efficace. Essere ripetitivi, prolissi e oscuri rende il proprio lavoro una porcheria (non che le critiche di Kant lo siano!), se volete contribuire al sapere dell’umanità, formulate il vostro contributo in modo sintetico e diretto, ché non dovete incantare nessuno col vostro lessico tardo-settecentesco. In Italia, purtroppo, la tentazione di premiare la sbrodolata manzoniana sul contenuto è dura a morire. Si premia la forma, la superficie, anche se sotto c’è poco o niente. 
Siate trasgressivi e cercate di non nascondere il poco contenuto dietro al periodare contorto.
     Oltre al pregio di esercitare lo studente alla formulazione di un contributo alla disciplina in cui si sta laureando, la tesi triennale è un buon esercizio di lavoro metodico.
Qui saltan su i mandrilli e urlano che “la tesi non è un esercizio!!!”. E chi l’ha detto? Come se tutti i lavori prodotti da autori già laureati e dottorati siano inequivocabilmente fondamentali alla disciplina. Come se  la maggior parte della carta consumata da certi professoroni non sia indubbiamente sprecata. Ritorniamo sempre lì: l’idea malsana che bisogna aspettare di essere pronti prima di fare qualcosa. A furia di aspettare ci si secca sulla sedia e non si conclude niente. 
     Per come la vedo io, scrivere è come apprendere una lingua straniera: non puoi pretendere di studiare anni e anni e aspettare il momento magico in cui andrai come un treno e senza sforzi. Il meglio che ti può capitare e non sapere da dove cominciare. L’unico modo per imparare a scrivere, e a scrivere testi scientifici o critici, è mettersi a farlo.
     Il punto non è che i ragazzi dopo tre anni non sono pronti e quindi non dovrebbero dover scrivere una tesi. Il punto è che i ragazzi non vengono mai e poi mai messi nelle condizioni di poter imparare a farlo. Nessuno dà loro indicazioni, nessuno offre loro occasioni per rodare le proprie abilità discorsive o logiche, e il risultato sono tesi spesso pasticciate che offrono un pretesto ottimo a quei rompi scatole che vogliono la restaurazione del sistema universitario medievale. La colpa non è dei ragazzi che non hanno studiato abbastanza o degli stupidi che vogliono far fare loro una tesi ad ogni costo. La colpa è della tradizionale impostazione italiana che allena i ragazzi a rigurgitare le cose con cui si sono imbottiti il cranio, nella convinzione di essere troppo stupidi o ignoranti per poterci riflettere su.
Qualcuno grazie al cielo lo fa lo stesso, e difatti si sente spesso di italiani all’estero che fan faville. In Italia neanche a parlarne.

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