Íomhánna na hÉireann – Viaggio in Irlanda

Ho avuto delle settimane davvero intense, causa studio, per cui non ho ancora avuto tempo di scrivere un articolo sulla vacanza che ho trascorso in Irlanda qualche settimana fa. Rimedio adesso, dal mio appartamentino di Edimburgo, mentre fuori imperversa una bufera di neve (NB: due settimane fa splendeva il sole, sono sbocciati fiori ovunque e la gente faceva picnic nei parchi).

Non sono un esperto di Irlanda, per cui non mi fionderò subito a dirvi quello che dovreste o non dovreste fare basandomi sulla mia breve esperienza. Una precauzione che amerei tenessero tutti i blogger che trattano di viaggi, ma non c’è niente da fare. Questo articolo vuole più essere una pagina di diario che un pezzo da guida turistica: meno che non conosca veramente quello di cui parlo, cerco di evitare di dare consigli.

Perché l’Irlanda? Premetto che è stata proprio l’Irlanda, quando ero bambino, a gettare le basi per quella che sarebbe poi diventata la mia quasi-monomania nord-europea: in quarta e quinta elementare, per due volte a settimana, seguivamo dei laboratori dedicati a progetti diversi: linguistico, computer, botanica e giardinaggio, e durante il laboratorio linguistico, sono stato introdotto al libro sul folklore del mondo di Francesca Lazzarato: Magia!, un gioiello che purtroppo è oramai fuori catalogo, e quindi introvabile, ma che racchiude una selezione di fiabe da tutto il mondo, con annesse schede riccamente illustrate sulle tradizionali descrizioni delle creature magiche secondo il folklore di diversi popoli. La parte che più mi colpì, fu quella dedicata agli Elfi, anche se a mio avviso mescola un po’ la tradizione gaelica e quella germanica. La parte descrittiva, includeva la leggenda dei Tuatha Dè Danann, dal Leabhar Gabhála na hÉireann, il Libro della Conquista d’Irlanda, opera pseudo-storica medievale che descrive le varie ondate di popolazioni che hanno conquistato l’Isola Verde. La leggenda ovviamente non è uno sterile e succinto resoconto di qualche scaramuccia tribale, ma include druidi, magie, isole e città misteriose oltre l’oceano occidentale, una stirpe di predatori del mare, torri che si ergono tra i flutti e altre amenità del genere che ti fanno odiare la letteratura italiana. Ebbene, la storia dei Tuatha ha lasciato un marchio indelebile dentro di me e ha fissato per sempre il mio interesse sul nord-Europa.
     

     Poi però è arrivata la Scozia. Ed Edimburgo.
Il fatto che il 70% delle magliette dell’Hard Rock Cafe riportino il nome Dublin sotto il logo (e il restante 30% Barcelona) mi ha sempre causato un’irritazione profonda. La mia conoscenza del paesaggio irlandese si basava solo su foto e documentari, e niente di quello che avevo visto poteva sognarsi di eguagliare i panorami scozzesi. La tamarrata di San Patrizio, creata più per turismo che per altro, e oramai impestata di echi leghisti, la mania della Guinnes (che io personalmente adoro, ma che la maggior parte della gente beve solo per moda), e una dose di pecoronismo, hanno reso l’Irlanda una delle mete turistiche più popolari.
     Un vero peccato, visto che adesso Dublino pullula di cartelli e insegne che citano i fantomatici Celts (guai a voi se lo pronunciate come la squadra di calcio: si dice Kelts, e non “Selts” ), peccato che i Celti propriamente detti abbiano popolato soltanto nord-Italia e parte della Francia, e che questa etichetta sia stata appioppata a tutte le popolazioni dell’Europa nord-occidentale -per la verità parecchio variegate- dai linguisti ottocenteschi. Ci sono timidi tentativi da parte di archeologi, storici e documentaristi, di instillare nella mente delle persone che nessuno degli abitanti delle isole britanniche, in nessun punto storico, si è mai ritenuto “celta”, né probabilmente ha mai sentito questa parola. Ma siccome essa va di moda tra i fanatici dell’esoterismo e delle pacchianate, a Dublino han pensato bene di appiccicarla a qualunque cosa capitasse loro a tiro, così da renderla più appetibile ai turisti invasati.
     
Si trovano cose “celtiche” ovunque, tessuti celtici, bicchieri celtici, sottovasi celtici, gioielli celtici, adesivi celtici, portafortuna celtici, bar celtici, pub celtici e via andare. Questa parola, che già prima non è che mi fosse poi così simpatica per l’inappropriatezza storica che la caratterizza, adesso mi risulta davvero insopportabile. Per natale mi è stato regalato un libro, Druid Power, che evidentemente è stato scambiato per un testo storico sul druidismo da chi mi ha fatto il regalo, ma che in realtà è una specie di testo esoterico-autoreferenziale, in cui l’autrice, oltre a ripetere Celt, Celts, Celtic ogni due parole, mescola ciarpame new-age con “fatti” storici palesemente inventati: del tipo che ammette molto candidamente che, secondo il suo sentire, i Tuatha Dè Danann fossero celti e che quindi va bene così (ma l’ha letto il libro delle invasioni o no?), cosa che fa chiaramente capire come lei trovi il nome dei Tuatha molto bello e musicale, al punto da voler includere tale stirpe (secondo gli studiosi esistita solo nelle fantasie letterarie degli autori) in quelli che lei definisce i suoi antenati, i beneamati Celti. Ovviamente questa signora è una cittadina americana con una grave crisi d’identità.

     Non posso dirlo con sicurezza perché non ne conosco tanti, ma gli irlandesi che ho conosciuto sembrano infischiarsene di queste volgarità plasticose, né sentono particolare attaccamento alla popolazione vissuta sulla loro isola nei primi secoli dopo Cristo (così come noi non è che ci sentiamo poi così legati agli antichi romani). E ovviamente sono consapevoli che tutta questa monomani Celt-qualcosa è una colossale manovra pubblicitaria per attirare gonzi che non sono in grado di apprezzare l’eredità letteraria e storica del paese (Wilde, Joyce, Shaw, e altre dozzine di autori), ma che lo visitano perché hanno il chiodo celtico nel cranio.
     Forse proprio a causa della celtomania, Dublino mette in ombra Edimburgo, che assolutamente meno ambita, come meta turistica. Fatto a mio avviso imbarazzante e vergognoso, perché sebbene abbia amato Dublino, e l’abbia vista come un posto ideale dove metter radici, dal punto di vista architettonico e di paesaggio, la capitale Irlandese sta ad Edimburgo come Brescia sta a Venezia. E questo non vuole essere un giudizio derogatorio nei confronti di Dublino (o Brescia!), ma una lancia spezzata a favore della capitale scozzese, delle sue colline rocciose, del suo castello, delle sue torri svettanti, del suo fascino gotico e misterioso che alla Dublino più bohémien manca. Anche Edinburgh non è stata risparmiata dalle pacchianate turistiche, i vari peluche del mostro di Loch Ness, boccette di Whisky, Kilt di stracci etc., ma rimane indiscutibilmente più bella.
E la discussione è chiusa. Se non siete d’accordo, o non siete mai stati a Edimburgo, o non siete in grado di essere obbiettivi.
Scherzo.

   Mi sono abbandonato a questa critica spietata per porre un certo contrappeso agli elogi meritati che sto per fare al Paese. Elogi davvero inutili visto la popolarità di cui gode. Trovo giusto dare a ciascuno il suo, e tra Edimburgo e Dublino, mi rincresce, non c’è storia.
Adesso passiamo alla cronaca del mio viaggio:

Volo e ostello sono piovuti dal cielo come regali di natale, per cui sono riuscito a tenere il budget nei 150€ per quattro giorni. Una cifra esagerata che ha incluso:

– Un tour guidato della genia che io aborrisco, ma necessario per visitare alcuni posti fondamentali fuori dalle linee di trasporto pubblico.
– Due pinte di Guinness, di cui una ha accompagnato degnamente un mio pranzo.
– Un paio di libri (figuriamoci)
– Un cappello da pastore sardo che in Italia mi attirerebbe gli insulti di gran parte dell popolazione under 80, ma che qui mi è parecchio invidiato (o forse sono io che non afferro l’umorismo britannico).
– Viveri a sufficienza, compreso un bicchierone di carta ricolmo di gelatine vegetariane (ovvero senza cartilagini bovine tritate).
Arrivati in aeroporto ho iniziato subito a fare il giapponese perché alla vista di tutti quei segnali in gaelico il mio cuore è scoppiato: in Scozia si trovano solo occasionalmente (a meno che non si vada a nord-est), mentre qui erano pervasivi. L’ostello era in pieno centro, a tre minuti da quel monumento obbrobrioso denominato “The spire”, ovvero un pilone metallico alto più di cento metri senza scopo alcuno…se non quello di fungere da comodo punto di ritrovo. I servizi includevano la sauna, la colazione, la tv, il tavolino da ping-pong e i compagni di stanza che russano. Alla reception vendono comunque i tappi… A check-in completato abbiamo speso la mattina (siamo arrivati prestissimo ed era ancora tutto chiuso) a girovagare per il centro, guardando alcuni dei punti d’interesse più a portata di mano.
     Il pomeriggio abbiamo incontrato un amico, conosciuto dalla mia ragazza nella foresta Amazzonica e ora residente a Dublino, che ci accompagnato gratuitamente nelle Wicklow Mountains, a sud della città. Una meta turistica davvero importante se capitate a Dublino. Questo ci ha fatto risparmiare almeno una trentina di € a testa, che è il prezzo necessario per andare sul posto con un tour. Il paesaggio era quasi scozzese: brughiere, foreste e laghi. Abbiamo visto l’imponente Wicklow gap e ci siamo diretti a una delle mete che più mi interessavano: Glendalough  /ˌɡlɛndəˈlɒx/, dal gaelico Gleann Dá Loch, “Valle dei due laghi”. 
A parte il panorama davvero superbo e superno, fatto di cascate, corsi d’acqua, rilievi e altre banalità che però io adoro, la valle ospita l’importante centro monastico di St. Kevin, parecchio diffuso in cartoline e iconografia generale. Oggi il sito è un cimitero abbellito dalle vestigia dell’antico monastero. ma in tempi medievali era un fiorente centro religioso ed economico.
L’accesso è libero e si può girare senza problemi. Ovviamente il punto che più catalizza l’attenzione, è l’antica torre circolare dal tetto aguzzo. Sembra che venisse utilizzata non solo come campanile, ma anche come deposito di beni preziosi, data la porta di accesso posizionata a circa 5 metri da terra. Oltre il monastero, abbiamo seguito un sentiero che ci ha portato ai due laghi, il lower lake, più piccolo, e l’upper lake, più grande e circondato da rilievi più importanti.Non trascurerei la possibilità di una gita da queste parti,a meno che non detestiate i panorami e siate persone decisamente urbane. Ho davvero amato Glendalough e le montagne, e non mi dispiacerebbe, in futuro, di esplorarle in modo più approfondito. Alla fine sono un inguaribile romantico e non resisto alla forza dei paesaggi. 

Lasciato Glendalough, abbiamo visitatola tenuta di Malahide Castle. Un bel palazzo, con annessi ampi giardini e un centro turistico. Niente di speciale ma se non siete abituati ai castelli delle isole Britanniche è un diversivo dalle solite rocche nostrane.Inoltre è uno dei castelli più antichi del paese, il nucleo originario risale al dodicesimo secolo. E’ inoltre il castello occupato più a lungo dalla medesima famiglia.

   Il secondo giorni l’abbiamo dedicato ad una visita più approfondita della città nella mattinata, girando per Temple Bar e camminando lungo il fiume. Abbiamo visto il castello, che devo ammettere mi ha lasciato un po’ perplesso per la sua architettura…(sembrava un quadro di Picasso!) la cattedrale, e la parte vichinga della città, con le sue mura. Mentre nel pomeriggio abbiamo preso un economicissimo treno per andare a Howth, paesino a nord della baia di Dublino. Molto pittoresco, se non forse un po’ troppo turistico, ha il pregio di offrire, dal grande frangiflutti che chiude il porto, una vista sull’isola di Lambay, riserva ornitologica visitabile in traghetto. Qui abbiamo visitato un mercatino che stava per sbaraccare, e con il prezzo di una massiccia pagnotta senza glutine, abbiamo ricevuto in regalo cinque scones delle dimensioni di un soffiato, che ci sono tornati utili per risparmiare i giorni successivi.

Howth visto dal cimitero.

La cosa che più mi ha colpito degli irlandesi da queste parti, comunque, è stata la loro cordialità: una mattina ero lì fermo che trafficavo con la cartina e un tizio sorridente si ferma e ci chiede se può aiutarci, ovviamente poteva farlo, e l’ha fatto anche bene. Nei pub parlano volentieri con gli stranieri e in generale sono molto disponibili. A Milano, ricordo sempre quella volta maledetta che volevo raggiungere la pinacoteca di Brera e quando chiedevo “scusi?” la gente si girava e affrettava il passo. Va bene essere di fretta, ma questa era proprio maleducazione. I dublinesi erano agli antipodi da questo punto di vista.

Il terzo giorno ci siamo piegati alla necessità, e ne abbiamo fatto virtù: la mia priorità era quella di visitare la collina di Tara, della quale ho appreso dopo aver letto I Principi d’Irlanda, di E. Rutherfurd, un romanzo storico che narra le vicende del paese dal IV secolo dopo cristo. Tara è parecchio fuori mano, ed è un bene che abbiamo trovato questo tour guidato, perché ci ha portato in molti altre mete non troppo battute e davvero interessanti. La nostra grande fortuna è stata quella di beccare gli unici giorni di sole pieno fin da gennaio, che ci hanno dato l’opportunità di visitare i siti comodamente e senza morire di freddo, con in aggiunta il vantaggio di non avere orde di turisti in mezzo all’obbiettivo della macchina fotografica.
Il tour era davvero ben organizzato, la guida era un irlandese preparatissimo e molto amichevole, davvero incline a chiacchierare e rispondere a domande. L’unico problema era il resto della comitiva: 4 o 5 donne americane, un po’ troppo fastidiose. Una in particolare mi ha dato sui nervi perché oltre ad essere una palla al piede aveva un’insana tendenza allo sfoggio culturale (che fatto da un’americana fa un po’ ridere).

La collina di Tara era il più importante centro religioso del paese, una sorta di capitale ante-litteram, dove risiedeva l’alto Re, una specie di capo supremo che veniva eletto toccando un fallo di pietra all’interno della palizzata che si ergeva sulla cima. Pare che i Druidi usassero un sistema per incanalare il vento e produrre un boato, il quale veniva opportunamente attribuito alla pietra che aveva riconosciuto il Re come legittimo. Si dice che dalla collina di Tara, che non è affatto grande tra l’altro, si possa vedere un quarto di tutta l’Irlanda, e nelle giornate limpide non è troppo lontano dal vero. Oggi il sito, come Stonehenge, è stato invaso da orde di pazzi neo-pagani (che tra l’altro non sanno che i siti megalitici europei precedono l’arrivo dei celti e della loro religione che è tanto cara a questi pagliacci) e, a detta della guida, sciamani.
La seconda meta, una sorpresa inaspettata, è stata Trim Castle, castello medievale in cui hanno girato il film Braveheart,  che hanno aperto esclusivamente per noi, e in cui siamo stati guidati da un locale che ha lavorato alla realizzazione del film, e che ci ha lasciato per tutto il tour una replica della spada usata nel film da Mel Gibson. Sì, un invasato, ma davvero simpatico.Il castello è davvero impressionante nelle dimensioni, ed è collocato su un bellissimo scorcio di campagna irlandese.

La terza meta, prima di pranzo, è stata Loughcrew, uno dei più importanti cimiteri preistorici del paese, con un numero di tombe che si aggira intorno alle trenta. Per raggiungere le tombe bisogna salire un colle: io la mia ragazza e la guida (unici europei del gruppo) abbiamo tagliato per la parte ripida, che onestamente non era affatto stancante, mentre le americane hanno preso la strada più facile lungo il fianco, e nonostante questo riuscivano ad arrancare mezze stremate. La nostra guida aveva le chiavi, e ci ha guidato all’interno, dove dopo aver abituato gli occhi all’oscurità abbiamo potuto ammirare delle incisioni rupestri di fiori, campi coltivati, dischi solari e altri motivi del genere. Ridiscesi al pulmino, io, la guida e la mia ragazza abbiamo aspettato cinque minuti buoni perché le americane ci raggiungessero.

Il pranzo l’abbiamo consumato in un pittoresco pub sperduto tra le colline. Al riparo dai turisti e dal rialzo di prezzi che causano. Una pinta di Guinness per accompagnare il pasto l’ho pagata 3,50€. Una pinta!
The Jumping Church, a Kildemoch, è stata la meta successiva: un rudere convertito a cimitero, in cui è chiaramente visibile come il muro della facciata sia “saltato” dal basamento e atterrato in piedi proprio di fronte a questo, circa un metro più avanti. Ovviamente il sito è circondato da una strana leggenda: un potente locale fu inumato nel muro della chiesa, come massimo onore concessogli per i suoi meriti. In seguito, a causa dell’emergere di qualche macchia nel suo passato, fu scomunicato (da morto!), e nello stesso anno il muro della chiesa sarebbe saltato via per allontanarsi da quell’empio, lasciando la sua tomba scoperta. Baggianate a parte, nessun architetto/ingegnere è stato in grado di spiegare il fenomeno. Ammezzo che una tempesta avesse spinto il muro in avanti fino a farlo cadere (in piedi!) davanti al suo basamento, il materiale del muro ci avrebbe messo un attimo a sbriciolarsi. E’ escluso l’intervento umano, non solo per ragioni di peso, ma anche di competenze: anche oggi sarebbe un’impresa mantenere il muro intatto durante la dislocazione.

Monasterboice è stata la penultima tappa: un altro cimitero sul sito di un vecchio monastero con una torre simile a quella di Glendalough, ma con la cima distrutta da un fulmine. La guardiana del cimitero è una vecchia dall’aspetto burbero, con il giardino che pullula di gatti (forse una quarantina).. L’interesse del cimitero è che ospita due monumentali croci celtiche finemente decorate, le quali sono considerate tra i più fini esempi di arte religiosa irlandese.
La tappa finale del tour è stata la bellissima città di Drogheda, importante insediamento normanno nella cui cattedrale si trova la testa mummificata del martire Saint Oliver. Qui abbiamo rilassato le membra in un caffè piuttosto elegante, e con il wi-fi gratuito.

Tornati a Dublino abbiamo potuto dire di aver speso bene i nostri 40€.
L’ultimo giorno, invece, abbiamo visitato la mostra del Libro di Kells al Trinity College, un po’ deludente per gli 8€ che ci è costata, e abbiamo fatto qualche spesa prima di fare un ultimo giro per le vie del centro.
Nel complesso è stata davvero una vacanza soddisfacente e sono davvero grato di averla potuta fare.
Se qualcuno è curioso di sapere quali sono i libri che ho comprato, ve lo farò sapere in un prossimo  post!

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Rici Nì Saorsa ha detto:

    Wow, devo assolutamente trovare il tempo per leggere a fondo tutto questo splendido post!! ^^ E poi per commentarlo a dovere ;)Solo una cosa, prima di proseguire la lettura: parli all'inizio di "La tamarrata di San Patrizio". Ebbene… dopo aver assistito dal vivo alle celebrazioni del 17 marzo in Irlanda posso confermare! Già lo sospettavo, ma ora ne ho la certezza! Una manovra turistica, senza dubbio. Trovare un irlandese alla parata è difficile, a meno che non si tratti di un padre di famiglia con pargoli al seguito, e nei pub, quanto ti aspetteresti musica tradizionale dal vivo, trovi la solita musica moderna dei soliti giorni. Soltanto una nota positiva: mi sono davvero goduta la città di Cork la mattina, prima della parata, con poca gente in giro (magari per colpa dell'hangover della sera precedente…). E quindi ho potuto danzare qualche reel in mezzo alla via principale con l'accompagnamento di un simpaticissimo fiddler ^^ La parte migliore del mio St. Patrick's Festival!E forse la ragione per cui si trova quasi più musica "celtica" in Italia che in Irlanda, sta nel seguito del tuo post sulla "moda", la "celto-mania" e la sua strumentalizzazione turistica. Peccato non avere tempo ora, ma non ti preoccupare, tornerò a chiacchierarne con te, se ti va 🙂 L'argomento mi interessa moltisssimissssimo! ^^

  2. Roberto Pagani ha detto:

    Io credo -spero- che in luoghi meno battuti la festa abbia mantenuto un tono più tradizionale e meno carnevalesco. Non che abbia nulla in contrario rispetto all'evoluzione naturale delle tradizioni per adattarsi ai tempi, ma nel caso di San Patrizio mi sembra la si sia davvero storpiata. Sembra una carnevalata alla buona.Aspetto il tuo commento approfondito, eh!Ps. Mi sono permesso di linkare questo post in un post di Cridhe Gàidhlig!

  3. Rici Nì Saorsa ha detto:

    Hai fatto strabene a linkarlo! Stavo per chiedertelo io! 🙂 Guarda, spero che in piccole città l'atmosfera sia diversa, perchè qui è davvero una carnevalata, ma se dobbiamo prenderla con questo spirito allora non è neppure un carnevale granché scintillante 😛 Intanto, se ti interessa ho raccolto qualche riflessione sulla mia permanenza in Irlanda su http://rici86.blogspot.com, il mio blog personale.

  4. Rici Nì Saorsa ha detto:

    Come promesso, continuo a commentare il tuo post :)Lo scorso fine settimana sono stata a Dublino e devo dire che l'ho trovata come dici tu: molto ma molto più celticommerciale di Cork! Ovunque pubblicizzate a grandi lettere session tradizionali, danze, souvenir celtici e similari! Tutta roba per turisti, come dici tu un'americanata! Cork è del tutto diversa. Forse meno "celtica" all'apparenza, ma penso più vera nella sostanza.E da quanto sto sperimentando io è proprio vero che"Non posso dirlo con sicurezza perché non ne conosco tanti, ma gli irlandesi che ho conosciuto sembrano infischiarsene di queste volgarità plasticose, né sentono particolare attaccamento alla popolazione vissuta sulla loro isola nei primi secoli dopo Cristo (così come noi non è che ci sentiamo poi così legati agli antichi romani)."A breve posterò un commento al riguardo sul mio blog personale. Dici che Dublino è più ambita di Edimburgo come meta turistica? Di sicuro per chi è alla ricerca della celtomania (che a me personalmente ricorda molto l'egittomania ottocentesca… contrapposta alla più seria egittologia), ma dici anche in generale? Comunque non direi che lo Spire è obbrobbrioso. Sarà che mio padre, da lavoratore dell'acciaio e del metallo in genere, si è messo a decantare l'abilità tecnica dei costruttori, ma secondo me ci sono monumenti contemporanei anche più brutti, e poi questo è comodissimo quando ti perdi: segui lo Spire! Almeno un'opera d'arte contemporanea di pubblica utilità 😉 Mi piacerebbe vedere le Wicklow Mountains ma… montagne? Dite montagne a me abituata alle cime Dolomitiche? La più alta montagna d'Irlanda non raggiunge l'altezza di quella montagna-alta-collina che "torreggia" sul mio paese natale e che da noi è definita alta collina o bassa montagna al massimo solo perchè raggiunge i 1000 metri di altitudine… :O Mi fa troppo strano! :OEcco, io il castello di Dublino non sono riuscita a vederlo 😦 Però devo dire che parecchi castelli irlandesi mi stanno deludendo. Mi sa che io sono abituata troppo bene 😛 Però, ad esempio, mi è piaciuto molto Ross Castle a Killarney e non mi ha per nulla fatta impazzire il celeberrimo Blarney… Sarà che non sono da luoghi supermega turistici e pomposamente pubblicizzati?Eh, la cordialità irlandese… 🙂 Come ho scritto nel mio ultimo post su Cork, è stupendo quanti sconosciuti ti sorridano per strada augurandoti il buongiorno 😀 Lo adoro!!! :DEd ecco che parlando di Tara e Trim Castle parte l'invidia! Mi sa che sono ancorata troppo a sud per riuscire a visitarli… 😦 Ed ecco l'altro tasto dolente: i prezzi rialzati per i turisti -.- E ritorniamo al discorso dei sentieri meno battuti ;)La visita la Trinity è forse un po' caruccia, ma quando mi sono ritrovata dentro la Long Room e ho visto il volto di mia madre che sembrava una bimba in un mega negozio di dolciumi… ho pensato che solo per quello ne era valsa la pena 😉 In effetti, al Book of Kells abbiamo dedicato davvero molta meno attenzione 😛

  5. Roberto Pagani ha detto:

    Ah! Sullo spire ti do ragione, dai ;)E anche sulle wicklow…qui in Scozia è la stessa solfa: le chiamano Montagne, ma ci metto di meno a scalarle che a salire le scale di casa mia ;), tra l'altro -ironia insulsa- alcune tra quelle che si possono dire propriamente "montagne" in Scozia, perché toccano i 1000 metri e sono parecchio aguzze, sono le Cuillin HILLS, che alcuni chiamano Mountains, ma sulle mappe in genere si trova "hills"…bah!Quanto a Edimburgo, mi è venuta a trovare un'amica da Milano, e mi ha raccontato che molti dei suoi soci pensavano che stesse per andare in Germania perché -burgo ricorda tanti toponimi tedeschi. Dubito che Dublino cada vittima di equivoci così imbarazzanti.Mi fa piacere che te la stia passando egregiamente da quelle parti! Terrò d'occhio il tuo blog per leggere le novità!Ps. I castelli deludenti hanno un valore aggiunto: lasciano più spazio all'immaginazione. Comunque ti capisco, ogni volta che mio padre vede un rudere mi fa "toh! un castello inglese", visto che il 90% delle foto che gli faccio vedere sono appunto di castelli in rovina. Non posso dargli torto.

  6. Rici Nì Saorsa ha detto:

    Ah ma io non dicevo che Blarney è deludente perchè è un rudere! Un'archeologa non può mica permettersi di parlare così delle rovine in quanto tali 😛 Ho visto altri "castelli inglesi" – se possiamo usare la definizione di tuo padre – che mi hanno affascinata di più, sia parlando di immaginazione sia di architettura, e che erano meglio organizzati. Blarney è, come ho letto in un libro al riguardo, l'ottimo esempio di come una fandonia ben raccontata possa diventare una visitatissima attrazione turistica. Ma anche il bacio della pietra è deludente. Più che altro, veramente pericoloso! Devi chinarti in una caditoia con, a separarti da 20 metri di baratro, soltanto una barra metallica (sarei potuta scivolare via comodamente…) e il braccio di un assistente neppure tanto forte… I giardini non sono male, ma il parco di Killarney, ad esempio, è molto meglio. Con persino i cervi che ti passano a fianco 🙂 Eh eh, vedo che condividiamo la stessa idea sulle Mountains delle isole britanniche… 😛 In Germania??? Edimburgo in Germania??? O dove vivo io sono tutti Scotomaniaci… ma non pensavo fosse una città così poco conosciuta… O_oAh, di novità sul blog puoi leggerne a valangate, e tante sono in arrivo 😀

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