Erasmus o Servizio Militare?

Ho procrastinato parecchio prima di mettermi a scrivere questo post, perché credevo non fosse poi così necessario, ma dopo una settimana passata a leggere articoli e relativi commenti ho creduto doveroso farlo.
Voglio parlare dell’importanza del progetto Erasmus, e non al fine di sensibilizzare qualche burocrate, ma per le persone che leggono il mio blog e non hanno a che fare con l’unione europea e i suoi progetti. Il problema dei fondi probabilmente verrà risolto con l’unione che rattopperà i buchi lasciati da quei paesi, come l’Italia, che non vedono nessuna utilità nell’investire sui giovani, per cui non credo necessario rivolgermi a queste persone. Voglio parlare a quelli che non hanno idea di cosa sia l’Erasmus se non che è un progetto di scambio tra università, in particolare a quelli che lo credono un modo per farsi le vacanze pagate, passare esami facili e trovare partner sessuali meno riluttanti di quelli nostrani.
Parto con il dire, con una punta di strafottente provocazione che mi voglio concedere, che molti miei concittadini italiani sono palesemente gelosi di chi ha avuto il coraggio e la fortuna di giocarsi questa opportunità. Queste persone sono quelle che hanno lanciato le invettive più acide e astiose, che tradiscono un palese “chip on the shoulder”, per dirla in inglese; una sorta di nervo scoperto e tendente a saltare.
Riassumo qui i punti sollevati e cercherò di confutarli:
-L’Erasmus è uno spreco di soldi pubblici, se uno vuole andare in vacanza se la paghi.
-Gli esami all’estero sono più facili perché all’estero non si studia come da noi.
-La gente se ne approfitta per fare feste, meglio abolirlo.
-Uno all’estero ci va anche dopo se vuole, per esempio per il master.
-Servizio militare, altro che Erasmus.
-L’Erasmus è per mollaccioni figli di papà.
-Deve essere più selettivo, bisogna mandarci i più meritevoli e basta.
Risponderò ai punti in ordine sparso, ma prima devo fare una premessa: l’Erasmus è nato come progetto di integrazione europea, ovvero per creare la prima generazioni di cittadini che si sentissero appartenenti ad un’area geografico-culturale un po’ più grande del quartiere in cui è nata e cresciuta.
Detto questo, ritenerlo uno spreco di soldi è davvero patetico, visto che oltre a favorire l’integrazione europea fa sì che gli studenti si rendano conto che esiste un mondo al di là delle beghe nostrane. Gli italiani in particolare viaggiano poco, e molti tendono a rimanere in Italia, perché dopotutto è bella e ci si mangia bene, ma poi crescono in un’ignoranza abissale e rimangono indietro vent’anni rispetto al resto dell’Europa. I soldi sprecati sono quelli dati ai parlamentari o ai consiglieri locali che vanno a far presenza e portano a casa decine di migliaia di euro al mese, non quelli per le borse di studio ai giovani.
L’Erasmus, inoltre, non è concepito come un “premio” al migliore, ovvero non è una vacanza all’estero pagata  che può vincere chi ha dato più esami e ha preso voti più alti. No, è un investimento. Un investimento nel futuro dell’Europa e, come ogni investimento che si rispetti, comporta un fattore di rischio. In parole povere è un servizio sociale, si dà la possibilità di viaggiare ed entrare in contatto con altre culture, aprendosi gli orizzonti. Anche se gli italiani che non hanno idea di come funzioni all’estero credono che io sia in mezzo agli scozzesi in un’università scozzese, in realtà ho conosciuto gente da Norvegia, Danimarca, America, Canada, Malesia, Cipro, Grecia, Malta, Spagna, Svizzera, Francia, Austria, Argentina, Romania, Bulgaria, Galles etc.
In nemmeno due mesi. E non perché passo tutto il mio tempo a socializzare, ma perché l’università scozzese non è retrograda come quella italiana, e organizza un sacco di eventi sociali perché riconosce l’importanza formativa dell’esperienza universitaria al di là dello studio accademico. Un esempio per tutti è il Tandem Cafe, dove una sala viene messa a disposizione di chiunque voglia fare esperienza linguistica. Ci si appiccica un’etichetta sulla maglia con scritti nome, lingue parlate e lingue che si vogliono imparare. Si gira per la stanza e si incontra gente con cui discorrere. C’è vino gratis pagato dall’università, orpello costoso ma davvero utile visto come si scioglie la lingua dopo un buon bicchiere. Io ho il terrore di rapportarmi agli sconosciuti, eppure con questo sistema ho parlato in Inglese, Italiano e Norvegese a momenti alterni, oltre ad aver imparato qualche frase in Gallese. Molta più pratica linguistica di quella che si fa in due mesi di lezioni universitarie ingessate in Italia, dove dire My name is… è un grosso problema. Sono al terzo anno, nei miei primi due anni in Italia non ho fatto neanche la metà dell’esperienza umana e relazionale che ho fatto qui in due mesi. Sapete meglio di me che ai datori di lavoro i voti di laurea interessano solo relativamente. Abbiamo fatto un incontro con ex-studenti Erasmus di una decina d’anni fa. Tutti erano d’accordo sul fatto che aver fatto esperienze del genere fa la differenza tra diversi curriculum.
Sentirsi più europei e meno italiani non è un sentimento da trascurare: il nostro continente non ha avuto un giorno di pace per più di 2000 anni. Poi sono arrivati i cattivoni burocrati del parlamento europeo che giocano coi nostri soldi e vogliono forzarci in uno scatolone che si chiama “europa” nel quale noi non ci identifichiamo (perché siamo prima di tutto “pistoiesi”, “tarantini”, o “Cinisello Balsamini”), ed ecco che magicamente abbiamo più di mezzo secolo di pace nel vecchio continente, e di interscambi culturali e relazionali come mai si erano visti (le coppie miste e le amicizie internazionali aumentano esponenzialmente da quando esiste l’Erasmus).
Questa esperienza non è riservata a chi se la può permettere. O meglio, non lo sarebbe se lo stato ci mettesse dei soldi. Nel Regno Unito l’anno all’estero è spesato con soldi pubblici, e per questo obbligatorio. Non si può evitare di andare all’estero a studiare se ci si vuole laureare, e non ho sentito di nessun britannico che se ne è lamentato. La borsa è una miseria, il contributo della famiglia è necessario, ma si può anche lavorare l’estate precedente o ingegnarsi per non ritrovarsi impreparati. 
A questo proposito, direi che è abbastanza insensato dire che è molto meglio fare un master all’estero: ogni singolo individuo che ho ho conosciuto e che si era proposto di farlo ha finito per non combinare niente. Andare a studiare all’estero, può dover significare che non solo non ci sia la borsa di studio, ma anche che si debbano pagare tasse elevate (la regola dell’Erasmus è che si continuino a pagare le tasse della propria università di provenienza senza nessuna spesa aggiuntiva rispetto all’università di destinazione), trovarsi un appartamento in qualche città davvero costosa (Edimburgo e Londra sono tragiche da questo punto di vista, come potete ben immaginare). Tutte difficoltà superabili, certo, ma qui i soldi in tasca servono davvero, e bisogna anche essere un po’ smaliziati e avere un minimo di esperienza. Gli italiani, come detto sopra, non sono abituati a viaggiare e sono pochi quelli che trovano il coraggio di fare il salto e andarsene. Di solito infatti sono le menti più brillanti che scappano e poi fan parlare di sé dalle università estere. L’Erasmus offre un’opportunità a tutti.
Tanti, specialmente le vecchie ignoranti che non l’hanno mai fatto, rimpiangono il servizio militare, considerato come la scuola di formazione per eccellenza che trasforma i ragazzi in uomini. Sì, certo.
Mio papà mi ha raccontato che quando era di turno in cucina ha scartato alcune foglie di insalata marce, e il suo superiore gliele ha fatte tirare fuori dal bidone della spazzatura. Parliamo poi degli episodi di bullismo, nonnismo, abusi e violenze, suicidi per niente rari, o giovani che usciti da quell’esperienza sono precipitati nella droga per fuggire dagli incubi di quei giorni? O di quei ragazzi che poi sono diventati padri di famiglia violenti, abituati a usare il pugno di ferro in senso letterale, che picchiano mogli e figli? Per le mogli l’opinione pubblica sembra stia facendo passi avanti, per i figli c’è ancora un’omertà generale e un’accettazione sociale che fa veramente schifo, come fa schifo la cassiera che mugugna su come una bella sberla farebbe tacere la bambina che frigna. 
Sapete che un paio di anni fa, in Svezia, un papà italiano è stato visto prendere il figlio dodicenne per i capelli fuori da un ristorante? Quale genitore italiano non usa questi metodi barbari? Be’ in Svezia questo volgare avanzo di galera (in Italia persona rispettabilissima con buona posizione sociale) si è fatto una settimanella al fresco e ha sborsato 600€ di multa. Qui in italia gli astanti avrebbero solo pensato “Hahaha, ha fatto bene, io gliene avrei date di più a quel deficiente indisciplinato”. Sì, siamo una società violenta, sadica e autoritaria, ecco perché da noi le leadership tamarre attecchiscono così tanto. Non è solo colpa del servizio militare, ma credo che se tanta gente avesse fatto l’Erasmus e avesse studiato qualche lingua straniera, invece che tirare l’insalata marcia fuori dalla spazzatura o dormire sul pavimento per non aver rifatto il letto a dovere, oggi saremmo un briciolo meno messi male rispetto a questi problemi. La disciplina nei paesi del nord-Europa non  mi sembra che sia un problema, anzi, i bulli e i ragazzi difficili sembrano sempre provenire da famiglie violente. Pensateci su perché è una questione davvero seria.
Il mito degli esami facili all’estero, come logico, è solo un mito. Gli esami in Italia sono imbarazzanti: si contratta il voto alla fine, sono semplici se il professore a fretta di finire, o impossibili se il professore è un pazzo maniaco e ti chiede il trattato di demonologia di James VIth of England. Spesso gli esami si passano con niente arrabattando un po’ i contenuti generali e infarcendoli con la parlantina. Per non aprlare della gente sfortunata che si sente chiedere l’unica cosa che non sa, O l’esatto contrario: gente a cui viene chiesto l’unico argomento che ha preparato a dovere! Insomma, sono esami di pulcinella, per niente oggettivi e molto spesso banali. Nel Regno Unito gli esami sono tutti scritti (tranne gli orali di lingua), se qualcuno viene beccato a copiare non c’è santo che tenga: lo sbattono fuori. Non costituiscono nemmeno la totalità del voto finale: parte di esso viene calcolata con una media del voto d’esame e dei voti presi durante il semestre/l’anno nei saggi assegnati, saggi che vanno svolti dopo un’accurata ricerca bibliografica autonoma, che in Italia non si sa nemmeno cosa sia se non al momento di dover scrivere la tesi di laurea; quel momento magico in cui molti studenti si accorgono di non saper più scrivere in italiano eprché non hanno fatto altro che ciarlare a vanvera per anni. Nel Regno Unito si valuta anche la partecipazione alle lezioni, per cui il voto rispecchia molto di più il percorso dello studente. 
In Italia, spesso, il voto rispecchia solo il fondoschiena della studente o le paturnie mentali del docente.
In Erasmus ci si deve arrangiare: a meno che non siate veramente dei figli di papà che possono pagare 700£ al mese per avere cibo e bollette inclusi negli alloggi più prestigiosi dell’università, vi dovete arrangiare, discutere col padrone di casa, chiamarlo se ci sono problemi, tenere bene i conti delle bollette, fare la spesa e cucinare, tenere in ordine la casa etc.
Ordinaria amministrazione che gli studenti italiani, che rimangono coi genitori fino alla fine del dottorato, non è ordinaria per niente. Meglio imparare ad essere autonomi e responsabili in questo modo che non correndo nel fango con un coltello in bocca o sopportando i compagni di camerata che ti tirano addosso l’acqua ghiacciata.
Le feste e il sesso facile sono una questione davvero idiota. Come se non esistesse gente che va a lavorare non per lavorare ma per socializzare o far sesso con la segretaria, o che va a scuola non per studiare ma per fare la passerella e imboscarsi nei bagni. Cosa facciamo? Aboliamo lavoro e scuola perché qualcuno se ne approfitta? Io fino ad ora non ho ancora partecipato a nessuna festa, e molta della gente che conosco sta facendo lo stesso: qui di tempo per festeggiare ce n’è poco, a meno che tu non sia interessato agli esami, nel cui caso sarai costretto a restituire i soldi della borsa per non aver rispettato gli accordi di mobilità Abbastanza onesto, no?

Credo che dopo questo sfogo sia abbastanza ovvio che i punti di cui sopra sono soltanto dei pregiudizi infondati, che tradiscono provincialismo e una bruciante invidia. Pensateci seriamente, sia che siate studenti che vorrebbero partire, sia che siate genitori o semplicemente cittadini votanti.

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