Peter May & l’Isola di Lewis

Sono in Scozia da più di una settimana e sto preparando (nonostante la pigrizia pervasiva) un post corposo sul luogo in cui mi trovo. Oggi però è arrivato un pacco di Amazon con un libro che ho ordinato pochi giorni fa, e vorrei parlarvene perché è abbastanza pertinente rispetto a dove mi trovo.
Il libro è un giallo/thriller, e io detesto il genere. Decisamente. Lo trovo un genere troppo comodo per gli scodellatori di mattonazzi buoni solo per ammazzare il tempo sotto l’ombrellone, e raramente ho trovato eccezioni alla mole vergognosa di spazzatura che invade le librerie. Ormai il “Crime” è un genere di moda, spesso il primo che si incontra all’ingresso dei negozi, e trovare qualche perla nelle montagne di letame che si accatasta non è impresa per chi ama fare un uso coscienzioso del proprio tempo.

Quello che mi ha spinto a correre il rischio è stato un motivo futilissimo in apparenza, ma che si è poi rivelato decisivo: l’ambientazione.
Ho parlato spesso dell’isola di Lewis, la più grande delle Ebridi Esterne, nei miei post precedenti, e ho spesso ricordato che è uno dei posti che più influenzano e stuzzicano la mia immaginazione. Dopo averla visitata i miei sentimenti non sono che aumentati. Ebbene, questa trilogia è ambientata proprio sull’isola che tanto spazio occupa nel mio immaginario. 

   Non intendo sciorinare una sinossi (ce ne sono tante disponibili in rete), ma ci tengo a precisare che il motivo per cui ho amato il libro e non mi sono affatto pentito dell’acquisto è che la parte di “Crime” (con investigazioni, indagini, polizia che recinta zone di ritrovamento cadaveri, coroner e domande ai beoni di passaggio) passa quasi in secondo piano rispetto ai capitoli ai quali si alterna attraverso numerosi flashback. 
   In questi il protagonista rivive la sua vita da isolano, prima che scappasse per la terraferma scozzese, lontano dalla vita limitata della sua brulla isola natale. Abbiamo una finestra davvero convincente (l’autore ha speso cinque anni sul posto per documentarsi) sulla vita dei gaeli costretti a scuola a studiare inglese, sulle ingerenze della chiesa di Scozia che proibiva il lavoro la domenica e aveva il potere di far fallire i commerci a coloro i quali osavano non rispettare il giorno di riposo da dedicare al signore. Solo pochi anni fa hanno smesso di incatenare le altalene dei parchi l’ultimo giorno della settimana, ma ancora oggi non si vedono bambini divertirsi in quello che è un giorno da passare in chiesa a sentire sermoni lunghi ore e in casa a pregare e riposarsi.

  Ancora oggi la religiosità esasperata è un elemento forte della cultura delle Ebridi, ma non è l’unica eredità dal passato: sopravvive la caccia annuale sullo scoglio di Sula Sgeir (un pinnacolo roccioso, quasi invisibile dalle coste dell’isola e spazzato dalle onde mostruose del nord-Atlantico), dove pochi isolani maschi trascorrono due settimane esposti alle intemperie, isolati e rischiando la vita sulle altissime scogliere nel tentativo di catturare i duemila uccelli che sono loro concessi dal governo.
   Emergono i problemi di una comunità che lotta per la sopravvivenza contro un paesaggio magnifico ma inclemente, che si attacca alla sua lingua antica quale simbolo di identità, ma anche la rigetta in un rigurgito ribelle.

   A beneficio dei curiosi, vi traduco quanto riportato sulla quarta di copertina:
-Un corpo perfettamente conservato viene estratto da una torbiera nell’isola di Lewis-

Il cadavere di un uomo di etnia caucasica -segnato da diverse, terribili ferite- si crede, inizialmente, vecchio di duemila anni. Finché non notano un tatuaggio di Elvis sul suo braccio destro. Il corpo, si scopre, non è il risultato finale di un antico rituale sanguinario, ma di un omicidio commesso nella seconda metà del ventesimo secolo.

Nel frattempo, Fin McLeod è tornato nella sua isola natale, lasciando alle spalle sua moglie, la sua vita a Edimburgo e la sua carriera nelle forze di polizia. L’ex-ispettore intende risistemare le sue relazioni passate e ristrutturare la vecchia casa diroccata dei genitori.

Ma quando un test del DNA porta alla luce una corrispondenza familiare tra il corpo della torbiera e il padre della vecchia fiamma di Fin, Marsaili, Fin scopre che il suo ritorno a casa sarà più turbolento del previsto. Tormoid McDonald, ora un vecchio sull’orlo della demenza, ha sempre sostenuto di essere figlio unico, senza parenti stretti.

Una bugia dietro alla quale, Fin lo scoprirà presto, Tormoid ha avuto ottime ragione per nascondersi.

   Consiglio a chiunque di leggere il primo romanzo (mentre metto mano al secondo): è una finestra profonda non solo su questo angolo di Scozia, ma anche sull’animo umano. Mi ha fatto riflettere (strano a dirsi quando si tratta di un giallo) ed è stata l’ennesima delle tante sorprese che il mio interesse per la Scozia mi ha riservato.

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