Sono ancora una scelta di nicchia, sono sconosciute ai più, vengono viste come qualcosa di incredibilmente remoto, ma le lingue scandinàve sono molto più vicine a noi di quanto non pensiamo. Parole come sci o fiordo sono parte del nostro vocabolario da tantissimo tempo, ma non sono solo i prestiti come questi che palesano la vicinanza tra il nostro italiano e le lingue della scandinavia. Loro germaniche settentrionali, la nostra romanza, o neo-latina che dir si voglia, ma tutte lingue indoeuropee. Cugine alla lontana e riconoscibilissime dalle parole del lessico di base, come numeri e nomi di parentela. Ma abbastanza diverse da richiedere uno studio serio e metodico per padroneggiarle.
  Secondo una leggenda molto antica, le lingue scandinave sono studiate principalmente da appassionati di musica metal, o da ragazzi sfortunati in amore che contano di rifarsi con qualche svedese di costumi meno difficili di quelli delle ragazze nostrane. Innegabile che una percentuale di individui di tal fatta ci sia sempre, ma ce ne sono anche altri, la maggioranza, che studiano le lingue scandinave per una ragione molto semplice, che viene trascurata dai più. Queste persone studiano danese, norvegese e svedese perché a loro queste lingue piacciono. Blasfemia! Il cinese è più utile, il russo anche. Economie emergenti, esperti richiesti dal mercato.
   Sì, d’accordo. Ma ci sono sempre i romantici inguaribili che fanno cose che amano fare, opposti a quelli che fanno cose che altri dicono essere utili da fare. A me della Russia o della Cina non è mai importato un accidente, e tanto basta. Questo post è rivolto a quelli che come me pensano non valga la pena sacrificare la felicità alla (supposta e nemmeno tanto garantita) sicurezza, e che se si ha un lavoro sicuro ma si è insoddisfatti allora non ne è valsa la pena sbattersi tanto. Voglio parlare del corso di Lingue scandinave all’università degli studi di Milano, a beneficio di tutti quelli che possano sentirsi incuriositi e vogliano saperne di più.
    Incominciamo col dire che i discorsi sulla spendibilità nel mondo del lavoro lasciano il tempo che trovano: è vero che tante aziende cercano interpreti e traduttori dal russo o dal cinese, ma è anche vero che oggi cani e porci si sono buttati proprio su queste lingue e quindi la concorrenza è spietata. Le lingue scandinave sono spendibili in un contesto molto più circoscritto, ma indubbiamente meno saturo dal punto di vista della concorrenza.
    Poi non trascuriamo il fattore estetico: le lingue scandinave sono belle, il norvegese in particolare è molto dolce e musicale, i norvegesi sembrano cantare quando parlano. I danesi parlano con una patata in gola ma la loro lingua è quella usata da geni del calibro di Andersen o Kierkegaard, che a mio avviso sono una ragione sufficiente per buttarsi sul danese (come avevo pensato io all’inizio prima di imbattermi nell’autore che mi ha fatto cambiare idea: Jostein Gaarder). Le letterature scandinave non sono mai state così prolifiche come negli ultimi due secoli, chi di voi ha mai visto una libreria che non fosse stipata di gialli Svedesi e Thriller norvegesi? I traduttori scarseggiano e il materiale è tantissimo.
E il corso? Come funziona?
Il corso si chiama Lingue scandinave, e racchiude danese, svedese e norvegese, che non sono considerati separatamente, perché per la loro somiglianza, una volta che se ne padroneggia uno, gli altri due si possono comprendere abbastanza agevolmente con qualche piccolo accorgimento. Per questo il motto della sezione è “Lingue scandinave: ne studi una, ne guadagni tre!”. All’inizio del primo anno, ci si presenta nell’aula dove si tiene la lezione della lingua che suscita il maggior interesse. L’insegnante prenderà i nomi e si verrà considerati studenti di quella lingua specifica all’interno del dipartimento, ma le differenze sono finite qui. Se infatti per le quattro ore di lingua settimanali ogni lingua si studia per conto proprio e in classi diverse, i corsi di letteratura e i monografici di linguistica si fanno tutti insieme. Siamo in pochi e il clima è un po’ da “grande famiglia”.
  Qualcuno si sta chiedendo cosa siano i monografici. Giustamente. Nel secondo semestre, gli studenti delle tre lingue hanno due ore settimanali aggiuntive, dove si ritrovano tutti insieme a frequentare un corso (stavolta in italiano), sulla linguistica delle tre lingue, viste nelle loro somiglianze e differenze, così che le seconde non costituiscano un ostacolo. Il primo anno si affronta la storia delle lingue, includendo cenni sul Groenlandese, le lingue sami, il feroese e l’islandese, concentrandosi sullo sviluppo fonologico, ovvero su come i suoni si sono evoluti nelle diverse lingue producendo le differenze che oggi possiamo osservare. Il secondo anno è più divertente e interattivo, si studia la morfologia, ovvero le strategie che le lingue scandinave mettono in atto per formare le parole. Nel terzo anno invece si studia la sintassi, ovvero l’ordine delle parole nella frase.
   I corsi di letteratura, che come ho spiegato sono in comune per tutte le tre lingue, sono strutturati in questo modo:
  • I anno: letterature nordiche, dal medioevo islandese alla fine dell’800. Un esame tosto, ricchissimo, ma anche bellissimo da studiare. Parte dagli albori della società nordica, la sua organizzazione sociale, le rune e i primi esempi letterari di poesia di corte e di saga, per arrivare all’800, quando le letterature scandinave acquistano rilevanza europea. In genere il corso parte affollatissimo per poi diradarsi inesorabilmente una volta terminata l’età vichinga. Dettaglio imbarazzante e davvero fuori luogo, visto che dopo l’età vichinga ci sono stati fior fiore di autori bellissimi e piacevolissimi da leggere. I testi sono tutti in traduzione e nessuno si aspetta chissà quale competenza linguistica.
  • II anno: il ‘900 nelle letterature scandinave viene affrontato nel primo modulo, mentre gli altri due, in comune con il terzo anno, sono dedicati a testi selezionati intorno ad un argomento specifico, che può essere il viaggio, l’autobiografia o qualunque altra cosa. Anche qui capita di imbattersi in capolavori letterari di premi nobel che in Italia non conosce nessuno…ahimè. E’ richiesto un livello basso-medio di comprensione perché i testi si possono leggere in italiano, ma alcuni saggi critici saranno solo in lingua e vanno letti per bene. Spesso l’insegnante chiede di tradurre in italiano come compito stralci dei testi da una lingua che può anche non essere la propria. Non è niente di sconvolgente, lo fanno praticamente tutti senza troppi problemi.
  • III anno, come nel secondo, ma il primo modulo è dedicato alla lettura di brani specifici, e uno di questi dovrà essere analizzato in un breve elaborato che va presentato all’esame. I testi vanno letti in lingua originale e le traduzioni richieste come compito sono più lunghe.
Il primo anno di lingua generalmente non crea problemi e l’entusiasmo fa il resto. Il secondo invece, complice magari il calo di motivazione (le lingue non sono più una fresca novità dopo due anni che le si studia) è quello che crea più problemi: più bocciati negli esami, più difficoltà a stare al passo. Dipende molto anche dagli insegnanti e dal tipo di esami. Un pizzico di fortuna c’entra sempre in questi casi. Resta il fatto che il livello di primo e secondo anno sono divisi da un salto non indifferente. Fate conto che si passa dai dialoghetti semplici alla lettura completa di un romanzo (comunque nell’arco dell’intero anno e con la supervisione dell’insegnante). 
In sostanza, si può dire che il corso non sia eccessivamente gravoso, se poi uno si appassiona la fatica non la sente nemmeno. I punti forti sono l’eccellente rapporto con i professori (ci si da del tu con i lettori perché in scandinavia si usa così da quando le forme di cortesia sono state abolite per legge), la motivazione che viene rinforzata coinvolgento gli studenti in moltissimi eventi, come mostre, conferenze etc., e la mancanza di sovraffollamento che rende le lezioni e la vita del dipartimento generalmente distesa e godibile.
  E’ presente perfino un coro, al quale si partecipa liberamente ed è davvero rilassato. Ci esibiamo in concerti quando chiamati, generalmente sotto natale o in occasione di eventi. In tali situazioni, il fondo cassa del coro (sì, le performance sono pagate) permette alla direttrice, la pimpantissima insegnante di svedese, di pagare la cena a tutti i coristi, sempre all’insegna dell’informalità. Molti di questi eventi sono a tema nordico, e spesso capita di trovarsi squisiti buffet con specialità tipiche.
  Tra le attività svolte che ricordo con maggior piacere, ci sono La santa Lucia svedese, la festa nazionale della Norvegia, il 17 maggio dello scorso anno, a cui partecipò il segretario del console norvegese, che vide una serie di interventi sulla storia e la cultura della Norvegia, coronati da un rinfresco a base di salmone, la mostra di Munch, a cui ci siamo recati in pullman in un’atmosfera da gita di liceo, il 17 maggio di quest’anno, passato a Bosco in città, ad ovest di Milano, con una grigliata in mezzo al verde e il pieno di birra e specialità norvegesi, e infine le innumerevoli conferenze con autori famosi e importanti che si impara ad idolatrare frequentando i corsi, conoscendoli e leggendo i loro libri.
   A prescindere dagli sbocchi lavorativi è davvero un corso meraviglioso, gestito egregiamente e lo consiglierei a chiunque. Non mi sono mai pentito di averlo scelto neanche per un secondo, e non credo che me ne pentirò mai. Mi ha aperto un mondo e mi ha fatto conoscere tantissime persone davvero speciali. Nessun altro corso nella mia università può vantare una cosa del genere.
Pensateci!