Il ritmo degli impegni universitari si è fatto incalzante, ma ho trovato lo stesso il tempo di tradurre due poesie celtiche. La seconda è prettamente naturalistica ed è un inno alla stagione estiva. Le figure sono abbastanza cliché per noi lettori moderni (v. il canto degli uccelli e lo splendere del sole) ma non dimentichiamo che è una poesia scritta due secoli avanti Cristo! Resta comunque la forte devozione per l’uomo celtico rispetto alla Natura, che traspare in modo quasi infantile, nella connotazione di purezza e ingenuità che il termine può assumere.
   La prima poesia, invece, l’ho letta come un lamento funebre dell’antica cultura gaelica soverchiata dalla pressione del dominio inglese (l’autrice è vissuta nel cuore del periodo in cui il Regno Unito comprendeva Gran Bretagna e Irlanda nella loro totalità, ed è morta prima che gran parte delle contee irlandesi decidessero la secessione dando vita all’odierna Repubblica d’Irlanda). Il testo si configura, quindi, come una grande metafora, che a sua volta racchiude metafore più specifiche.
Finias, Falias, Gorias e Murias sono quattro città che compaiono negli antichi cicli mitologici irlandesi. Una popolazione, che secondo la leggenda avrebbe abitato l’Irlanda prima dell’arrivo dei Celti, avrebbe lasciato l’isola per andare ad abitare remote isole boreali, dove appunto queste città si sarebbero trovate. Lì avrebbero appreso potenti arti magiche druidiche e avrebbero mantenuto il proposito di tornare in Irlanda un giorno. Questi uomini erano chiamati Túatha Dé Danann, (Popolo della dea Danu, IPA: irlandese antico: [t̪uːaθa d̪ʲeː d̪an̪an̪], irlandese moderno: [t̪ˠuːəhə dʲeː d̪ˠan̪ˠən̪ˠ]). Quando il momento del ritorno arrivò, i Túatha si trovarono a dover fronteggiare l’attacco di un’ondata migratoria dal sud: i Gaeli minacciavano le coste della loro isola. I nuovi venuti, alla fine, ebbero la meglio e i Túatha decisero di lasciar loro il dominio dell’isola per ritirarsi a vivere nelle più verdi colline del paese, conducendo un esistenza felice e immortale. Da questo momento i Túatha diventano creature del folklore e sono diventati quegli elfi (termine proprio del folklore germanico e non celtico nda.) che più la fanno da padrone nell’immaginario collettivo: alti, biondi, vestiti di verde, bellissimi ed esperti di arti magiche.
   La poesia sembra davvero efficace nel descrivere la situazione contemporanea all’autrice di perdita dell’identità e specificità irlandesi, ormai inglobate in quel calderone che è il Regno Unito. Il riferimento al moderno però, sempre che ci fosse davvero nell’intenzione dell’autrice, emerge soltanto dopo l’analisi del lettore, perché la poesia di per sé è squisitamente “mitologica” per ambientazione e scelte lessicali. Si coglie un senso di nostalgia, sembra il ritratto di un epoca di stagnazione dopo una tragica fine. Fortunatamente per l’autrice, però, al giorno d’oggi l’Irlanda e la sua cultura sono tutt’altro che finite, anzi continuano a catturare l’immaginario di persone che da tutto il mondo si appassionano alla sua cultura, alla sua musica, alle sue tradizioni…e alla sua birra!





Il Lamento delle Quattro Città
Fiona McLeod (1855-1905)

Finias e Falias
che fine hanno fatto?
E’ forse l’onda a nascondere Murias?
E Gorias conosce l’alba?
Non geme il vento
nella città delle gemme?
E le prue non salpano
   su diademi caduti
e spire di fioco oro
e i palazzi pallidi
   di Murias, le cui gesta furon narrate
prima che il mondo invecchiasse?

Piangano le donne, ahimè!
   Oltre Finias?
Passa l’aquila
non vedendo che ombre sull’erba
    Dove un tempo sorgeva Falias:
svettano le sue torri,
silenti e senza vita, verso i cieli gelati?
E sussurri e sospiri
    riempiono i crepuscoli di Finias
con amore che non si è raffreddato
dai tempi antichi.

Ascolta i rintocchi delle campane
  E gli ululati del vento
I vecchi incantesimi
   da tempo immemore,
Piangono davanti e dietro a me.

Non conosco altro che il mio dolore
eppure sono come la pioggia vagabonda
o come l’ombra del vento sull’erba,
oltre Finias della Rosa Scura:
O, tra i pinnacoli e la neve placida,
del Silenzio di Falias,
Io vado: o sono come l’onda che oziosa scorre
dove le pallide alghe, in boschetti senza canto,
   crescono.
Sopra le torri e i palazzi caduti,
là dov’era la città del mare,
la città di Murias.

Il canto di maggio
Fion MacCumhail (II sec. AC)

Maggio, bello
stagione perfetta
merli cantano
là dove il sole splende.

L’ardito cuculo invoca
un benvenuto alla nobile estate:
mette fine alle amare tempeste
che hanno spogliato gli alberi del bosco.

L’Estate intaglia i torrenti;
veloci cavalli cercano acqua;
l’erica cresce alta;
il bel fogliame fiorisce.

Germoglia il biancospino;
dolce scorre l’oceano-
poiché l’estate lo assopisce;
Boccioli coprono il mondo…

Il vero uomo canta
felice nel giorno luminoso
canta a scuarciagola di Maggio
stagione bella.

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*Túatha è un antico lemma indoeuropeo che troviamo anche nella parola “tedesco”. Vi siete mai chiesti come mai la lingua della Germania si chiami tedesco che sembra non avere niente a che fare con la parola “Germania”? La ragione è che nel medioevo, accanto al latino, si era diffuso, come negli altri paesi europei, l’uso del volgare. I dotti tedeschi chiamavano la loro lingua volgare “theodisca lingua“, ovvero “lingua del popolo”, perché anche nel germanico antico ritroviamo la stessa parola che ha un parallelo nell’Irlandese Túatha.