Kongeriket Norge, il regno di Norvegia – Viaggio a Oslo

Tornato ieri dopo una settimana in Norvegia. Gli eventi si stanno un po’ accavallando: al ritorno, sulla via dall’aeroporto a casa, ho ricevuto una telefonata. Erano usciti i risultati del concorso per la borsa di studio Erasmus, e ho vinto la borsa per Edimburgo. Un sogno che si avvera! Non ne avevo parlato nei post precedenti nel caso non avessi vinto, ma adesso è proprio il caso di sbandierarlo. Se tutto va bene l’anno prossimo potrò studiare anche il gaelico scozzese, cosa per la quale non sto più nella pelle. Credo che dai miei numerosi post precedenti sia abbastanza ovvio quanto io ami la cultura gaelica e la Scozia, e la prospettiva di viverci per un anno mi rende incredibilmente, incredibilmente felice. Questo post però non c’entra affatto con la Scozia, perché voglio parlare del viaggio che ho fatto in Norvegia. Un altro sogno che si è avverato. Visto che ho un sacco di lavoro arretrato da recuperare non posso permettermi di dilungarmi troppo, ma voglio comunque parlare un po’ del mio viaggio.

  La prima cosa che devo dire è che la Norvegia (per quella piccola porzione che ho visto), è davvero bellissima. Cara rabbiosa ma bellissima. La prima cosa da fare quando si arriva ad Oslo è andare all’ufficio informazioni turistiche (ce n’è uno fuori dalla stazione centrale), e richiedere un Oslo pass. Per tre giorni costa 350 NOK e permette di usare illimitatamente i mezzi pubblici e di accedere gratuitamente a numerosi musei, inclusi quelli fondamentali, inoltre permette di avere prezzi agevolati in numerosi esercizi e anche su altri mezzi di trasporto. Per mangiare i ristoranti li sconsiglio altamente, io ho fatto solo una cena in un ristorante a cui mi ha portato l’ospite (un distinto signore di Oslo che mi ha ospitato gli ultimi due giorni) che conosce Oslo come le sue tasche. Era un ristorante indiano ottimo e relativamente economico, ovvero carissimo ma meno carissimo di molto altri! La spesa totale è stata di circa 400€ escluso il volo. Avrei potuto spendere molto meno se avessi dormito in camerata, me ero in dolce compagnia e la camera doppia era una necessità. I prezzi sono davvero inquietanti e suscitano un odio incontrollabile. Non c’è niente da fare. Un panino lo si paga dai 7€ in su, un succo di frutta 3€ se è in bottiglietta piccola. Bisogna un po’ tirare la cinghia se si è studenti squattrinati. La cosa che mi è piaciuta di più sono state le persone: i norvegesi sono gentilissimi, sorridono sempre e sono molto educati. Perfino nell’affollatissimo supermercatino vicino alla stazione, ingolfato e caotico, la cassiera stressata aveva la forza di sorridere a ogni cliente. Io detesto le cassiere italiane, spesso sono maleducate, sbattono la roba sul bancone e non ti guardano nemmeno in faccia, gettano le monete del resto da qualche parte insieme allo scontrino e ostentano un’espressione stizzita.

Severgnini nel suo saggio “Inglesi”, commenta questo tratto (ovviamente comune alle commesse britanniche) come una falsa immagine: le commesse italiane sembrano acide e brusche ma ci tengono ad aiutare i clienti, mentre le commesse britanniche stramaledirebbero tutti dietro al loro sorriso. Tanto peggio. Visto che non devo intrattenere rapporti stretti a lungo termine mi interessa sentirmi a mio agio nel momento estemporaneo dell’acquisto. Non mi importa se la commessa è animata da buone intenzione mentre mi sta mostrando il ghigno arcigno. E ugualmente non mi importa se la commessa mi sta maledicendo nel momento in cui mi sorride gentile e risponde educatamente a una mia domanda. In fondo la pagano per quello.

Il rispetto e l’educazione sono davvero pervasive. Sebbene sia la capitale, con tutto ciò che questo comporta in termini di caos, Oslo è pulitissima, affatto rumorosa. Se attraversi la strada gli autisti inchiodano e ti fanno passare. Mi sono stupito molto, al mio arrivo, che mentre attraversavo in una zona di transito per autobus, dove un autista italiano si sarebbe sentito di avere tutti i diritti per tirarmi sotto, l’autista si è fermato e mi fatto cenno di passare (mi ero fermato e avevo fatto un passo indietro vedendolo arrivare). La lingua ovviamente è bellissima (eh-ehm!) e per uno studente di norvegese è sempre un piacere capire qualcosa o riconoscere gli elementi di qualche toponimo. Se parli in norvegese ti rispondono in norvegese, se vedono che sei confuso ripetono il tutto in inglese immediatamente. Tutto col sorriso sulle labbra. Molti di loro sembravano molto felici quando cercavo di parlare con loro in norvegese, quasi orgogliosi. Insomma mi sono sentito molto a mio agio.

Non voglio descrivere in ogni dettaglio ogni secondo del viaggio per cui mi limiterò a pubblicare qualche foto significativa e a commentarla cercando di dare qualche consiglio basato sulla mia esperienza.

 In questa foto potete vedere uno scorcio dell’ultimo tratto della Karl Johans gate, l’antica arteria principale della città. La strada è intitolata al re svedese del periodo in cui la Norvegia è stata sotto la corona di Svezia (1814 -data della scrittura della costituzione norvegese ad Eidsvoll- 1905 -data dell’ottenimento dell’indipendenza), dopo secoli di dominazione danese. La via è davvero molto bella ed elegante, ci sono alcuni negozi e caffè interessanti. L’Hard Rock cafe merita una nota di biasimo speciale: una sera non ci hanno fatti entrare perché avevamo le scarpe da ginnastica e c’era da rispettare un “dress code”. Ho quasi riso loro in faccia, visto che l’Hard Rock cafe è un luogo tamarrissimo per turisti sprovveduti (sappiate che gli Inglesi ridono della mania italiana di portare le t-shirt dell’Hard Rock cafe, perché per loro è abbigliamento da camionisti). Tanto è. Questa via parte dalla Oslo Sentralstasjon ed è interamente pedonale. Sui marciapiedi si possono ammirare delle incisioni di citazioni prese da testi e lettere dei più grandi personaggi della cultura norvegese. Poco prima del palazzo reale, o Slottet (letteralmente “il castello”) si trovano il teatro nazionale e il parlamento norvegese, o Stortinget (la grande assemblea –stort, forma neutra dell’aggettivo stor, “grande”; ting, “parlamento, assemblea”; -et articolo determinativo neutro-)

Qui accanto potete vedere lo Storting, si trova sulla sinistra della Karl Johans Gate, guardando verso il palazzo reale, ed è di dimensioni piuttosto contenute. Il suo completamento è avvenuto nel 1866 su un disegno dell’architetto svedese Emil Victor Langlet. Sul tetto svetta la bandiera norvegese, e la sua facciata si apre su di un piccolo parco pieno di uccelli morti di fame. Il parlamento norvegese è unicamerale e le elezioni dei suoi membri avvengono ogni quattro anni. La cosa che ho notato di più è stata la sua dimensione davvero contenuta. Non si direbbe la sede del supremo organo legislativo di un paese, specialmente se paragonato al palazzo comunale di Oslo, che a confronto appare immenso (e immensamente più brutto, diciamolo).
 Tra il palazzo reale e il parlamento, si trova il Nationaltheatre, all’interno di un parco, anche questo davvero elegante. La bandiera norvegese è sempre presente, e dopo un po’ a qualcuno potrebbe provocare conati di nausea. Si può notare che quasi ogni casa indipendente ha nel giardino un’asta con la bandiera nazionale: la Norvegia è una nazione giovane, e con una tradizione che si è interrotta ed è stata soffocata dal dominio danese, per cui i norvegesi sentono molto forte il bisogno di rivendicare la propria identità, e sono molto gelosi dei loro simboli nazionali, inclusa la famiglia reale. Va detto che questa famiglia ha dato alla nazione assai meno motivi di imbarazza di quella, tra le altre, britannica. Niente figli ignoranti che hanno però accesso alle scuole e università più prestigiose, niente principi che se la fanno con vecchie bruttone e niente rampolli che vanno in giro vestiti da nazisti. La monarchia scandinava tende ad essere molto più terra-terra, infatti i figli del re hanno frequentato le scuole pubbliche locali, e in Norvegia è assente il sistema di classi inglese con i suoi titoloni nobiliari e la tendenza spasmodica all’arrampicata sociale. Onore al merito.
Prendendo la metropolitana dietro il castello, si può raggiungere il Frogneparken, dove sono raccolte le numerose sculture di Vigeland. Sono orribili a mio parere, ma fanno davvero un certo effetto, per cui vi consiglio di dare un’occhiata. Ce ne sono alcune davvero molto “particolari”, tra le quali una raffigurante due uomini di cui uno a 90′ e l’altro incurvato sul primo in una posa decisamente sospetta. Una passeggiata nel parco può essere un piacevole diversivo, ma non vale la pena soffermarcisi troppo. Il bello della Norvegia è ben altro.
 In questa foto potete ammirare un edificio particolare. Sembra una fabbrica di scarpe e di trattamento del pellame. Invece è il municipio di Oslo. Sì, è orrendo. Niente da dire. L’interesse principale di questo edificio è che ogni anno, il 10 dicembre, ha luogo la cerimonia di consegna del premio Nobel per la pace, in una sala di questo edificio, alla presenza del primo ministro e della famiglia reale. L’edificio domina la skyline di Oslo e arriva direttamente negli occhi come un pugno. Merita una visita non tanto per la sua architettura ma per l’importanza storica. Il suo nome è Rådhuset. Al suo fianco si trova un edificio molto meglio riuscito dal punto di vista estetico, e con un discreto numero di secoli in più rispetto alla Rådhus, ovvero l’Akershus slott. Un castello la cui costruzione è iniziata nel 1290 e che aveva la funzione di proteggere la città. Contiene il Museo delle forze armata e una sorta di mausoleo dove vengono seppelliti i reali. Suona grottesco ma non è affatto male.
Proprio di fronte a questo capolavoro dell’architettura si trova il porto con i traghetti (se avete preso l’Oslo pass per 3 giorni avete diritto a una mini-crociera gratuita intorno alle isole al largo). Il traghetto più importante è quello che arriva a Bygdøy, una ex-isola il cui canale tra essa e la terraferma è stato riempito, così che adesso è solo una penisola. Amena località ricca di case eleganti, tranquilla e pulita, ospita uno dei musei all’aperto più fantastici d’Europa, il Norsk Folkemuseum. Questo museo raccoglie un numero cospicuo di costruzione tipiche delle varie contee norvegesi, raggruppate in piccoli gruppi tra campi e macchie di vegetazione. Sembra di fare un tuffo nel passato. Ovviamente per i numerosi turisti americani questo equivale ad una visita a Disneyland, ma le case sono originali e hanno parecchia storia e curiosità culturali sulle spalle, quindi, visto che siamo italiani e alla cultura ci teniamo, cerchiamo di informarci un po’ prima per sapere cosa stiamo andando a vedere. Posto che la bellezza estetica di questo museo è di per sé un motivo per una visita, direi che non è affatto sufficiente se si vuole fare una visita seria e imparare veramente qualcosa dall’esperienza.
Il museo è molto grande, ci vuole un bel po’ per girarlo tutto. Gran parte delle costruzioni è aperta al pubblico, ma spesso ci sono delle grate davanti agli ingressi dei vari ambienti così che i turisti non danneggino le varie suppellettili. In alcuni edifici dislocati in vari angoli, è possibile fare attività pratiche (siccome sono andato sotto pasqua, c’erano laboratori per i bambini dove si potevano decorare le uova etc.), mentre in altri ancora ci sono delle persone vestite in abiti tradizionali che si dedicano a varie occupazioni. In una casetta c’erano due ragazzi che preparavano una pagnotta locale (una specie di piadina più spessa) che vendevano ai turisti ricoperta di burro. Visto che era ora di pranzo non l’abbiamo disdegnata.
Questa grande costruzione rossa è sempre parte del museo e contiene alcuni animali, tra cui il bellissimo cavallo dei fiordi, razza equina rara e magnifica. Oltre a questo ci sono mucche, pollame, capre, un maiale grande il doppio di me…e all’uscita ci sono dei comodissimi lavabi con sapone disinfettante da usare dopo il contatto con gli animali. Ma tanto gli italiani non si lavano le mani nemmeno quando escono dal gabinetto, vero? Poi però usano l’amuchina al ritmo di venti flaconi al giorno, senza sapere che è contro producente perché uccide i batteri più deboli e lascia quelli più forti liberi di riprodursi incontrastati sulla nostra pellaccia puzzolente di limone e alcool disinfettante. Non me ne vogliano i miei connazionali. Una buona dose di stupidità ce l’abbiamo tutti, qualsiasi sia il paese di provenienza.

Sempre a Bygdøy si trovano altri musei, se vi va visitateli pure, ma non sono tutti ugualmente degni di nota. Per esempio il Kon-Tiki museum è stato una delusione: conteneva imbarcazioni tradizionali dell’estremo oriente o cose del genere, non ho capito bene…forse è anche per questo che non mi è piaciuto affatto. Mentre meritevolissimo è il museo delle navi vichinghe, o Vikingskipshuset. Non è molto grande, comprende pochi reperti, ma quelli che ci sono, va detto, sono strabilianti. Le navi vichinghe le avevos sempre immaginate come barcozzi, e nei film/fumetti/cartoni erano proprio così. Le navi che ho visto io erano davvero NAVI. Erano enormi. Imponenti. Spaventose. Purtroppo le mie pessime abilità di fotografo non mi hanno permesso una resa adeguata, ma vi assicuro che se le vedeste vi accorgereste davvero di quanto siano gigantesche rispetto a quanto ci si possa aspettare.


Una menzione particolare merita il museo di Ibsen, nelle vicinanze del castello. Un museo davvero ben curato e ricco. Molto moderno nella sua concezione e parecchio colorato. Enrik Ibsen, per chi non lo sapesse, è forse il più grande dramamaturgo norvegese. Un’opera in particolare, Casa di Bambola, lo ha reso famoso. Quando è scoppiata come una bomba in tutta Europa creando scandalo (a volte sugli inviti ai ricevimenti aggiungevano una nota in cui pregavano agli invitati di non sollevare la questione “Casa di Bambola” per non compromettere l’esito della festa). Cosa aveva di così scandaloso quest’opera? Be’, parla di una brava donna, madre di famiglia che, come di consueto a quei tempi, veniva trattata come una pezza da piedi dal marito patriarca, sebbene lei agisse negli interessi dell’amato marito. In sostanza aveva falsificato dei documenti per far sì che il marito potesse avere delle cure, e quando il marito avanza nella carriera e scopre quanto la moglie aveva fatto, invece di esserle grato si inferocisce, perché le donne sono stupide e non dovrebbero prendere iniziative. Alla fine questa santa donna si rompe giustamente le scatole, dà il benservito alla famiglia, pianta capra e cavoli (marito e figli) e parte per ritrovare sé stessa (e starsene in pace). Stiamo parlando della metà dell’ottocento. Ancora mia nonna è scolpita sul modello della donna di famiglia che ha pochissima voce in capitolo rispetto al marito capofamiglia sborone. Immaginatevi nel 1800 che effetto deve aver fatto un’opera del genere. Non ci stupisca il fatto che la Norvegia è tra i primi paesi al mondo per l’uguaglianza tra uomo e donna (vale la pena citare l’Islanda, che ha un presidente donna e un primo ministro donna sposata con altra donna…!!!). 


Se non conoscete Ibsen, vi consiglio davvero di leggere Peer Gynt (si pronuncia come in italiano, solo che la G è dura come in gatto e la y è una u francese), opera davvero originale di un ragazzo difficile che sposa una ragazza molto bella per poi abbandonarla mentre gira per il mondo facendo fortuna, perdendola e rifacendola. Al suo ritorno a casa, da vecchio, si ritrova faccia a faccia con un fantomatico fonditore di bottoni, che il lettore interpreta generalmente come il diavolo, o semplicemente la morte, il quale reclama la vita di Peer. Questi si ritrova pentito della sua vita sbandata piangendo tra le braccia della sua Solveig, che lo ha aspettato per tutti quegli anni nella casetta del bosco. Nell’opera si inseriscono creature soprannaturali, come i troll. Vale davvero la pena leggerselo, e magari guardarsi la trasposizione operistica del compositore Edvard Grieg. Con la famosissima Aria di Solveig, uno dei pezzi più universali della musica norvegese.

Una visita ad Oslo dovrebbe comprendere, per onestà e correttezza nei confronti della Norvegia, una visita nelle foreste che circondano la capitale.Prendendo la metropolitana si può arrivare dappertutto facilmente (la metro dopo poche fermate esce dal sottosuolo e si inerpica sulle alture). Ci si trovano alci in libertà, ma le mie conoscenze locali mi hanno assicurato che non sono affatto pericolosi, se non in autunno quando hanno l’ormone ballerino o i piccoli vicino. Io non ne ho incontrato nemmeno uno, e siccome nevicava, la grande foresta sembrava un paesaggio da cronache di Narnia. I sentieri sono numerosi, e nemmeno la neve scoraggiava i norvegesi dal mettersi a fare jogging tra i sentieri sconnessi che si snodavano fra rocce e torrenti. Il silenzio è davvero apprezzabile, e perfino il profumo della foresta è tutto particolare. Quando ci si è inoltrati per un certo tratto iniziano a riemergere vaghe paure ancestrali, e i sensi sono all’erta. Non si sa mai cosa potrebbe nascondersi tra gli alberi…magari qualche troll! Certi norvegesi non riderebbero a leggere questa frase. Alcuni di loro ai troll ci credono davvero!

 Voglio sottolineare per i lettori italiani particolarmente sensibili all’argomento cibo, che a Oslo esistono, sparse qua e là, alcune panetterie, dette Åpent bakeri (forneria aperta), dove si può vedere direttamente la preparazione dei prodotti, davvero di qualità, va detto. Inoltre, queste bakeri hanno anche il bar, per la colazione, e offrono delle golosità imperdibili e fresche di forno, ma anche panini da orgasmo e altri prodotti irresistibili. Il tutto a prezzi decisamente onesti, sempre comunque proporzionati al salasso generale che una vacanza in Norvegia comporta.

 Spero di aver detto almeno una cosa interessante, e vi esorto a fare i bagagli appena potete! A proposito, non fatevi spaventare dal lato economico, quando si è là la cinghia la si può tirare, io con 400€ per sei giorni sono riuscito a risparmiare un bel po’ e ho potuto comprare due libri costosi (uno dei quali sarà oggetto di uno dei prossimi post) senza mai avere lo stomaco vuoto. Bisogna solo sapersi ingegnare e adattarsi. I viaggi non sono roba da gente coi soldi, sono roba da gente intelligente!

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