BAD LANGUAGE!

  Dopo una lunga serie di post sull’area celtica/scozzese, voglio prendermi una pausa e parlare di un argomento che mi sta a cuore: l’uso della lingua italiana. Noto sempre di più un atteggiamento che credevo in diminuzione. Ovvero quello di usare una lingua complessa per avere la meglio in dispute, per intimidire il prossimo, o per mascherare il fatto che non si ha nulla da dire.  Qui in Italia, lo dico sempre, abbiamo un’arroganza culturale vergognosa, che produce una chiusura mentale e una ristrettezza di orizzonti davvero rara per gente che reclama di essere l’unico popolo veramente acculturato sulla faccia della terra. Qui da noi sopravvive ancora quella mentalità un po’ ottusa (morta più di un secolo fa negli ambienti accademici meno reazionari) secondo cui solo la classicità greco-romana sia stata l’apoteosi dell’espressione culturale. Secondo questa idea, greco e latino (e poi già che ci siamo anche l’italiano) sono le lingue più belle, ricche e accademiche, e si portano dietro la cultura letteraria più alta e nobile, irraggiungibile dai parlanti di qualche gerghetto oscuro nord-europeo. Ricordo una volta un professore di italiano (molto ignorante) definire l’inglese con molto disprezzo “una lingua sintetica”.  Senza addentrarmi troppo nel merito, avrei tanto voluto possedere le conoscenze necessarie per fargli notare che l’inglese è l’opposto di una lingua sintetica, che l’italiano è più sintetico dell’inglese, e che la morfologia dell’inglese lo fa collocare tra le lingue “analitiche”. Osservate questo esempio.
it. Riportamelo!
eng. Bring it back to me!

La maggiore sinteticità dell’italiano appare subito evidente: dove l’inglese usa ben cinque parole per esprimere un concetto, l’italiano ne usa una sola. Non sono un classicista, ma so bene che sintetizzare significa “mettere insieme”, cosa che l’inglese non fa quasi mai. Infatti, in linguistica, l’inglese viene definito lingua analitica. Ovvero tende a rappresentare i concetti in elementi separati (pensate al futuro che viene espresso con un ausiliare specifico + il verbo alla forma base, dove in italiano abbiamo desinenza apposite che si “attaccano” alla radice secondo un procedimento di sintesi). Il fatto che quel professore usasse “sintetico” come termine dispregiativo, dipende dalla concezione linguistica che gli italiani hanno: meglio si parla meglio è. Non importa se non si ha nulla da dire o se si stanno dicendo delle castronerie. L’importante è dirle bene, e per bene, nella nostra lingua, si intende usare paroloni lunghi e complessi, periodi composti da venti subordinate che si contorcono disperate come vermi nella melma e punteggiare il tutto con tecnicismi ed arcaismi per impreziosire l’eloquio. Le altre lingue europee tendono ad educare alla sintesi: essere chiari, puliti e lineari. Se non si ha niente da dire non è onorevole rigurgitare pagine di paroloni più vuoti della propria testa. Tantissime volte, al liceo, mi è capitato di sentirmi soddisfatto per delle mie trovate durante qualche tema in classe, e vedermi il lavoro respinto miseramente. Altre volte capitava invece che non avessi nulla da dire, e facessi ricorso alla dialettica, per riempire quattro pagine di vuoto con un italiano impeccabile. Funzionava sempre.
Questo mi ha portato alla conclusione che la superficialità degli italiani nel giudicare il prossimo da come si veste si riflette anche nella lingua. Se uno parla semplice è un idiota. Se invece parla in modo elaborato e ricco cadiamo imbambolati e ci prostriamo ai suoi piedi, anche se lui è soltanto un misero cialtrone (di questi elementi ne incontro tutti giorni in università. Di solito si siedono in cattedra). 

  Sarà per questa nostra innata superficialità linguistica che abbiamo così tanti casi di persone truffate, anche tra i non-anziani? Io penso di sì. Il 90% dei discorsi che facciamo potrebbe essere smontato e riassunto in una frase. Una frase che di solito non ha senso, perché siamo abituati a parlare bene per il gusto di farlo.    Quando leggete su internet i litigi tra leghisti e gente del sud-Italia, trovate che i secondi, per mostrarsi “superiori”, il più delle volte esibiscono un italiano barocco e stra-carico che nemmeno Manzoni avrebbe usato. Ma è possibile che la gente sia convinta che parlare come dei trattatisti del ‘600 dopo un trip allucinogeno sia sufficiente a darsi un tono? 
Il linguaggio poi viene volutamente ingarbugliato quando si vuole nascondere un vuoto, o addirittura la verità. Questa strategia è adottata dai politici molto di frequente.
  
  Nel febbraio 2012, in un incontro tra il nostro presidente e quello tedesco, un giornalista ha chiesto ad entrambi quali strategie intendevano usare per combattere la corruzione. 
Il presidente tedesco ha risposto direttamente sulla rapidità di assegnazione di incarichi senza che ci sia lo spazio per corrompere chicchessia. Adesso vi copio pari pari la risposta di Napolitano.

“L’Italia è messa meno bene della Germania nelle classifiche internazionali sulla trasparenza, ovvero sulla riduzione del fenomeno della corruzione. Questo fenomeno è ancora notevolmente diffuso. Ci sono questioni di norme di legge e ci sono questioni di costume, ed è molto importante, quindi, sia l’impegno legislativo, sia quello politico e culturale. L’esempio che deve venire innanzitutto dalle autorità, da quelli che hanno al responsabilità a livello nazionale e locale della gestione della cosa pubblica, penso che in questo senso anche il nuovo governo si muoverà con convinzione e decisione”.

Si nota che le frasi troppo lunghe, nel parlato, sono difficili da controllare: l’ultima frase è sospesa, “l’esempio” è il soggetto, ma manca un predicato, che si è dimenticato di inserire perché ci ha attaccato il “che deve venire…cosa pubblica” che gli ha fatto perdere per strada la frase iniziata. Questo tipo di lingua non è solo rischiosa, a meno che non vi chiamiate Manzoni, (e parlare come Manzoni oggi è davvero ridicolo) ma è anche ingiusta: secondo voi un pensionato con la 5^ elementare o un ragazzino riuscirebbero a capirla? 
Forse. Ma capire cosa? 
Osservate il contenuto di questo breve discorso. Secondo voi Napolitano ha risposto alla domanda? 
La domanda era “Cosa intendete fare per risolvere il problema della corruzione”.
Se fossi stato il giornalista avrei tirato il microfono in testa ad uno che risponde così:
“L’Italia è messa meno bene della Germania nelle classifiche internazionali sulla trasparenza, ovvero sulla riduzione del fenomeno della corruzione. Questo fenomeno è ancora notevolmente diffuso. Ci sono questioni di norme di legge e ci sono questioni di costume, ed è molto importante, quindi, sia l’impegno legislativo, sia quello politico e culturale.(…)”
Questa è solo una sorta di introduzione. Non solo è irrilevante perché dice delle ovvietà, ma non c’entra nulla con la domanda, perché si limita a fare una panoramica sulla situazione della corruzione in Italia (come se i giornalisti e il resto del mondo non ne fossero al corrente).


“(…)L’esempio che deve venire innanzitutto dalle autorità, da quelli che hanno al responsabilità a livello nazionale e locale della gestione della cosa pubblica, penso che in questo senso anche il nuovo governo si muoverà con convinzione e decisione”.
Qui cos’ha detto? In una frase: “Chi governa dovrebbe dare l’esempio, e  credo che questo governo lo farà”. Che senso aveva specificare il “livello nazionale e locale? Convinzione e decisione non sono quasi-sinonimi in questo caso? autorità non riassume già la pappardella che segue (“quelli che hanno la responsabilità…bla bla). Forse il Presidente crede che qualcuno non abbia ben presente il concetto di autorità? Be’, di certo la sua “definizione” non aiuta a chiarire le idee.
Alla fine del discorso ha spiegato cosa si intende fare per combattere la corruzione? No, ve ne accorgete anche voi.

Il problema è che a tanti italiani questo tipo di risposte va benissimo. Uno si vittimizza per essere ignorante e non capire e pensa che l’altro ha perfettamente ragione perché parla bene.
La lingua serve a comunicare, non a prevaricare o ad imbrogliare, e l’uso che facciamo oggi della lingua italiana è prevaricatorio (si intimidisce il prossimo con paroloni e tecnicismi che incutono soggezione). Io sono stufo e arcistufo di sentire gente dare aria ai denti e ricevere il plauso del pubblico che non ha capito niente ma è rimasto ammaliato dai paroloni. Sono stufo di sentire politici che svicolano e non rispondono alle domande e svicolano in questo modo.
Un esempio che mi sono legato al dito è stata l’intervista della Moratti dopo aver perso le elezioni a sindaco di Milano. Il giornalista le chiese se lei pensasse che la candidatura diretta di Berlusconi avessero influito sulla decisione degli elettori. La risposta della Moratti è stata 

“Io credo che debba partire da Milano una fase nuova del centro-destra. Una fase che sia in grado di riaggregare quelle forze che non son state, in questa fase…uhm…non si son sentite evidentemente rappresentate (…)”.

La cosa si dilunga parecchio, e di risposta alla domanda neanche l’ombra. Bastava un sì o un no. Troppo semplice. Troppo difficile mascherare qualcosa dietro un linguaggio lineare e pulito. 
Diffidate sempre di chi parla complicato. Non esistono mai concetti troppo complessi perché non li si possa esprimere con parole semplici. La complessità dei concetti è soltanto una scusa usata da chi si trova a dover spiegare qualcosa senza averlo capito personalmente. Allora prende a divagare, a dilungarsi, a girare intorno alla questione, non dimenticando mai i paroloni e i tecnicismi inutili per illudere gli astanti che il suo discorso sia quello di una persona competente.
  Ho fatto questo discorso sull’italiano, perché altre lingue europee, come l’inglese che viene tanto disprezzato in quanto “lingua sintetica” dai nostri dotti ignorantoni, tendono invece a semplificare il discorso. I politici inglesi parlano in modo tale che sia un bambino che uno straniero può capire cosa viene detto. La lingua deve essere democratica, non oligarchica e appannaggio di pochi che confabulano con registri selezionati. Sono convinto che il discorso del “chi disprezza compra” valga anche per quegli italiani che sostengono la superiorità della nostra lingua sulla base della sua prolissità e disprezzano l’inglese per la sua tendenza alla linearità (che, va detto per giustizia, è una scelta precisa fatta in tempi recenti e non una caratteristica intrinseca della lingua).
“Coloro che combinano discorsi difficili, oscuri, confusi e ambigui sicuramente non sanno affatto ciò che vogliono dire, ma hanno soltanto un’oscura consapevolezza che ancora si sforza di trovare un pensiero. Spesso però essi vogliono celare a sé stessi e agli altri che in realtà non hanno nulla da dire”.

Queste due frasi, che riassumono l’intero contenuto di questo post, sono di Arthur Schopenhauer. Vi consiglio di rifletterci.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...