First time in bonnie Scotland – il mio primo viaggio in Scozia

   Pensavo da un po’ di tempo di scrivere un post su un viaggio che ho fatto nel passato, prima che i ricordi svaniscano completamente. Si tratta del primo viaggio in Scozia, che per ovvi motivi vorrei cercare di ricordare fino a che Alzheimer non mi colga. Diciamo che avere un post sul blog che registri quanto abbia fatto e visto non serve soltanto per diffondere conoscenze e curiosità sul web, ma anche soprattutto a tenere traccia delle mi esperienze. Non sono mai stato bravo nel tenere diari, sebbene ci abbia provato, ma mi manca la costanza, e per scrivere devo sentirmi particolarmente ispirato, così che capita spesso, quando ispirato lo sono davvero, di non essere nel momento adatto per scrivere, e quando finalmente non ho più impedimenti contingenti, l’ispirazione se n’è andata. Scrivere su un blog dà una ragione in più: scrivi non solo per te stesso ma anche per gli altri, e per lasciare una traccia del tuo passaggio almeno nel mondo virtuale.

    La Scozia significa davvero molto per me e credo sia doveroso registrare accuratamente il momento del mio primo viaggio.
E’ stato nel settembre 2010. Siamo partiti dal sud dell’Inghilterra con un camper, ci siamo lasciati alle spalle Il Devon, il Dorset fino ad arrivare a Birmingham, e poi a Manchester e poi sempre più su. La mia eccitazione era alle stelle quando ho visto il cartello sull’autostrada: “Welcome to Scotland  Fàilte gu Alba”. All’epoca non sapevo del gaelico per cui la scritta inferiore è passata inosservata.
Non riesco davvero a esprimere a parole tutta quella valanga inarrestabile di emozioni che si frangevano contro il cuore in quei momenti, sentivo davvero che il petto sarebbe esploso di tanto che mi batteva il cuore. Da bambino avevo letto un articolo sul mostro di loch Ness in una rubrica di Topolino e da allora la Scozia ha esercitato su di me un fascino incredibile. Quando ho scaricato, anni fa, Google Earth per la prima volta, la mia attenzione è stata catturata dalle coste frastagliate della Scozia occidentale, e ho speso (come faccio tutt’ora) ore ed ore ad osservare le foto e le immagini da satellite delle Ebridi interne ed Esterne. Come per la mia prima volta in Inghilterra, quando mi hanno portato a Tintagel e ho dovuto ricredermi sul “pronostico” che avevo fatto tempo addietro leggendo del castello arturiano su Wikipedia, ovvero che mai avrei potuto metterci piede se non in un remotissimo futuro, anche qui dovevo rimangiarmi anni di pessimismo. Mai e poi mai avrei creduto che a 19 anni sarei stato portato in Scozia direttamente dal sud dell’Inghilterra, in un camper guidato dai genitori inglesi della mia ragazza. Era davvero un sogno, e tale mi piace considerarlo ancor oggi. 

   Arrivati la sera nelle Highlands, quando era troppo buio per vedere il panorama, siamo usciti dal camper parcheggiato in una piazzola e abbiamo percorso un breve tratto di strada per raggiungere lo Spittal of Glenshee, un pittoresco e piccolo albergo dove abbiamo bevuto una birra e rubato quantità industriali di bustine di mayonese che scarseggiava sul camper. Il mattino dopo il paesaggio che mi si è presentato davanti appena uscito dal camper è stato questo:

Era molto ovattato e silenzioso, mi ha lasciato una sensazione stranissima. Non era la sensazione di sublime di cui parlavano i romantici, ma una strana quiete vagamente malinconica, che se ne andata subito non appena arrivati a Braemar, paesino nelle Highlands centro-orientali, dove siamo stati accolti da un’interminabile fanfare di cornamuse che mi ha fatto schizzare il cuore fuori dal petto. Non avrei potuto essere in nessun’altro luogo al mondo: quella era la Scozia pura e autentica e mi sentivo davvero felice. Braemar è la famosissima sede degli Highland Games, sorta di olimpiadi locali la cui specialità più “speciale” è il lancio del tronco “tossing the caber”, che consiste nel lanciare un tronco di legno di sei metri, fargli fare una parabola e farlo atterrare su quella che era la sommità e facendo in modo che cada poi in avanti. Se cade indietro il tiro non è valido.

Assistere a questi giochi è stato proprio magico, c’era anche quella mummia della regina, con tutta la famiglia, compreso Carlo, che indossava il kilt. Sembrava di essere indietro nel tempo, gente con il gonnellino dappertutto, musica di cornamuse proveniente da ogni angolo…sono entrato anche in un padiglione dove ho firmato un registro, e un carissimo signore mi ha informato del fatto che fossi l’unico italiano presentatosi quel giorno. Mi ha anche chiesto cosa studiassi e dove, e gli ho risposto che studiavo inglese a Milano, alché lui si è mostrato stupito e mi ha detto che l’inglese lo sapevo già abbastanza bene, non avevo bisogno di studiarlo! Sì, mi sono sentito davvero fiero di me.  

Dopo aver ricevuto un sacchettino di shortbread (biscotti al burro pesantissimi ma fantastici, e disponibili anche in Italia) e un rametto di erika da infilare in un’asola, ho appeso tutto orgoglioso un post-it con il mio nome su un planisfero. Era davvero affascinante vedere quanta autentica passione ci mettessero gli scozzesi nell’essere scozzesi e non inglesi (XD) anche mentre cantavano rispettosamente God Save The Queen all’arrivo di her majesty la regina. Il cielo plumbeo e le montagne circostanti rendevano il tutto davvero perfetto. Lasciato Braemar ci siamo spostati a Loch Morlich per passare la notte. La sera era troppo buio per vedere il lago, siamo solo riusciti a vedere un rospo gigante saltellare nell’erba grazie alle torce e siamo rimasti seduti sulla sabbia al buio cercando di scorgere la silouette delle montagne vagamente accennata nella totale oscurità. Il giorno sucessivo la vista che mi trovai di fronte fu  davvero incredibile: sembrava quanto di più bello i miei occhi potessero mai vedere. Lo lascio a dimensione grande perché possiate meglio vedere. Non sono un bravo fotografo e le mie foto non vengono mai come vorrei…ma forse potete avere un’idea di come quello che sembrava un goccino d’acqua sulla cartina si sia rivelato essere uno dei laghi più belli che abbia mai visto.

Lasciato a malincuore loch Morlich si siamo mossi verso nord, per vedere quello che era stato l’oggetto del mio primo approccio con la Scozia: il loch Ness. Era un fumetto di Topolino, come ho accennato prima, e interattivo per di più! A seconda delle azione che decidevi di far compiere a topolino, si giungeva a soluzioni diverse del mistero del mostro, e poi c’era la rubrica di approfondimento sulla storia reale. Devo dire che ho approfondito la questione e da bravo scettico quale sono faccio fatica a persuadermi che effettivamente nel lago ci sia qualcosa, ma non sono così ottuso da non ammettere che i risultati delle ricerche siano stati ambigui e misteriosi, e che finché non potranno calare una rete fino in fondo al lago (che raggiunge i 290 metri di profondità) e tirare dentro tutto ciò che ci passa da un capo all’altro (ovvero circa 40 kilometri), rimarremo senza una risposta definitiva.

Prima di arrivare al lago i paesaggi si susseguivano magici e incantevoli, ma devo ammettere che dopo la bella esperienza di loch Morlich, il loch Ness è stato piuttosto deludente, anche dal punto di vista paesaggistico.In molti punti mi è sembrato il nostrano Po, solo più largo e con i pini invece degli alberi tipici di queste zone. In più era molto più battuto dall’uomo. Urquart Castle sembrava un centro commerciale e la strada d’asfalto ricordava un film americano…nessuna magia particolare dunque.

Il panorama era leggermente più interessante dall’altura su cui ci siamo sistemati col camper. Una piazzola cementificata e piena di turisti…un vociare frustrante, ma almeno sono riuscito a scattare qualche foto un po’ più evocativa del castello e del lago.
Una volta lasciato il loch Ness ci siamo mossi verso la costa occidentale, teatro di numerosi spettacoli naturali, quali montagne, fiordi, isole, vallate drammatiche e spiagge candide. Il colmo dello stupore è stato raggiunto nel tardo pomeriggio, mentre attraversavamo una valle spoglia e desolata, glen Shiel, sulla via per loch Duich e Kyle of loch Alsh. Ci siamo fermati a lato della piccola striscia d’asfalto che costituiva la strada principale e ci siamo inoltrati nel cuore della valle. I olori e i suoni erano surreali, sembrava di essere fuori dal tempo. Lascio qualche foto di dimensione più ragguardevole perché sono davvero paesaggi che meritano.

 Era davvero una sensazione onirica, quella che provavo nel saltellare tra le rocce e i ciuffi di sterpi di questa brughiera. Tentati di guadagnare gli isolotti sperduti all’interno di quel corso d’acqua che scorreva nel cuore del glen. Mi sentivo un’anima libera, senza preoccupazioni, avevo quasi dimenticato chi ero e da dove venivo, e mai come allora mi sono sentito vivo. Mi guardavo intorno e vedevo una bellezza di fronte alla quale tutto il resto perde sapore e consistenza, perfino il nostro essere persone singole separate dal resto del mondo. Quando ti trovi nel mezzo di certi spettacoli, diventi anche tu parte dello spettacolo, anzi ti ci perdi, e ne sei felice. Per me è stato proprio così. Se chiudo gli occhi mi sembra quasi di essere ancora lì, di non essermene mai andato, e forse una parte di me indugia ancora tra quelle rocce, tra quelle montagne.

Il mio sogno fu spezzato bruscamente: si stava facendo buio e dovevamo raggiungere le rive di loch Duich prima di sera, così da trovare un campeggio. E lo trovammo! Era pieno di conigli che correvano da tutte le parti, c’era una coppia che faceva sesso in tenda senza alcun ritegno, e lì vicino un negozio di souvenir e cianfrusaglie. Dormire in tenda fuori dal camper era folle ma meritava la pena: sebbene fosse l’inizio di settembre il vento sferzava impietoso e freddo, ed essere nella tenda quasi a contatto con quella terra magica, sotto i piumini e col calore di una lanternina a moccolo appesa al soffitto non aveva prezzo: era una gioia pura e semplice.

In cuor mio, mentre fissavo le ultime braci del tramonto, speravo che l’indomani fosse arrivato presto, e che sarebbe stato altrettanto soleggiato, perché proprio l’indomani avrei visitato il castello che era stato per anni la meta dei sogni che mi sembravano più irrealizzabili: il castello di eilean Donan.
  La mattina dopo faceva parecchio freddo e il cielo era grigio, am non ebbi tempo di rimanere dispiaciuto, perché man mano che risalivamo il loch Duich (un fiordo che culmina proprio di fronte all’isola di Skye) sentivo tutte le cellule vibrare, quasi stessi per disintegrarmi. Vedevo il castello ad ogni curva, ma era solo la mia immaginazione. Finalmente eccolo sbucare da dietro una parete di roccia…qui l’urlo mi scappò davvero. Cercai di sbracciarmi fuori dal finestrino per scattare foto all’impazzata. Mi sentivo isterico e iperattivo. Come se fosse il punto di arrivo di tutta una vita. E invece era solo la partenza. Ero davvero elettrico e non vedevo l’ora di entrare nel castello. Pagati i biglietti saltellai come ubriaco verso l’accesso al ponte. Mi veniva da piangere: non potevo nemmeno credere di essere lì, ed è stato il momento in cui ho mandato amorevolmente a fare in culo tutti quegli idioti che girano il mondo per il gusto di farlo, o per il gusto di, per dirla all’inglese “tick off experiences” ovvero per accorciare la lista delle cose fighe che restano da fare nella vita: queste persone tali gioie non le proveranno mai. Queste persone che vedono programmi di viaggi organizzati e seguono pedissequamente il gruppo e i programmi preconfezionati, o che seguono l’impulso del momento e fanno un viaggio in terre esotiche, loro la gioia dell’attesa, del cercare trasognati immagini su internet, del disperato e frenetico bisogno di saperne di più sulla meta dei tuoi sogni, e dell’arrivarci finalmente e sentirti il cuore implodere ed esplodere dalla pienezza di quella soddisfazione non la proveranno mai. Io quei giorni sentivo veramente che la mia vita aveva raggiunto una vetta alta per quanto riguardava la soddisfazione personale, e non era un piacere effimero, ma una fortissima felicità pervasiva che raramente ho sperimentato.
 Il castello di eilean Donan, che non mi soffermo a descrivere perché ne ho già dettagliatamente parlato in un vecchio post di mesi fa, si trova su un isoletta in un braccio di mare interno, una sorta di fiordo. E’ di privati ma si può visitare e ne vale davvero la pena. Sarà una delle mete più turistiche e popolari della Scozia, ma per nulla al mondo lo perderei dovessi ancora capitare da quelle parti. La tappa successiva era l’isola di Skye, non una visita approfondita perché rimaneva poco tempo, e di questo mi rifarò presto! I paesaggi che vedevo erano tipici della costa scozzese, ma mi ricordavano tantissimo immgini che avevo visto raffiguranti la Norvegia e l’Islanda.  Dall’isola di Skye prendemmo un traghetto che ci riportò indietro sulla terraferma, nei pressi di Mallaig.

Sulle spiagge bianche vicino a questo paese abbiamo passato un pomeriggio ed una notte…era davvero irreale. Si vedevano all’orizzonte le isole di Rhum e Eigg, e la marea bassa lasciava uno sterminio di scogli che si spingevano fin nel mare profondo. Ho anche rischiato di non riuscire più a tornare indietro perché a un centinaio di metri dalla riva, arrivato dopo salti e scivolate su scogli affiorati, la luce è calata di botto e non riuscivo a vedere dove mettevo i piedi. Contemplare le isole dalla riva, col vento sferzante e il profumo del mare era come stare in un limbo di emozioni contrastanti. Era davvero una visione sublime vedere quelle isole così remote sull’orizzonte. Sembravano inaccessibili e deserte e tutt’intorno regnava una pace che non ho mai trovato altrove.

Lasciate le bianche spiagge dell’ovest ci siamo diretti ad est per raggiungere Edimburgo, dove avremmo passato gli ultimi tre giorni. Siamo passati da Fort William, vicino al quale si trova il Ben Nevis…che non sono riuscito a vedere perché coperto dalla nebbia. Per chi non lo sapesse il ben Nevis è la cima più alta del regno unito (alto come una collinetta delle prealpi XD) e merita davvero un’escursione attenta, che un domani cercherò di fare. Ho all’attivo tre viaggi in Scozia, e conto di farne ancora molti altri.

Sulla strada per la capitale ho ammirato di nuovo dei paesaggi quasi potteriani, che ricordavano le misteriose montagne che circondano la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts. Pioveva e avevo una strana malinconia addosso, che era comunque piacevole perché si inseriva alla perfezione nel paesaggio.
La città di Edimburgo è la città che più amo tra quelle che ho visitato. A misura d’uomo, bella, misteriosa e magica. Provate ad immaginare di osservare il castello che domina la città dall’alto, illuminato di luci azzurre e verdi la sera mentre si passeggia per le strade di pietre grige, circondati da case con torrette decorative dai tetti a punta come in un castello della Disney. Questa magia la capitale del regno se la scorda. Le manca la sfarzosità a tratti invadente di Londra, così come la valanga inarrestabile di genti e novità dal mondo.
No, Edimburgo è la capitale della Scozia, ed è più scozzese che mai. Girando per le sua strade di sera sembra di trovarsi davvero nei libri di Harry Potter, si sente musica di cornamuse ovunque, e si becca spesso qualche giovane in maglietta colorata, scarpe da ginnastica e…kilt! Essendo la capitale di una nazione  non le manca nulla, dai libri ai vestiti fino agli accessori in cachemire a poco prezzo. Io ho acquistato qualche sciarpa di questo tessuto incredibile da regalare a parenti ed amici. Si trovano per 20/30£ un po’ ovunque, ed è puro cachemire. Ho preso anche un kilt, che mi ero ripromesso di acquistare a tutti i costi, e non ho preso uno di quelli da carnevale a 25£, ma nemmeno uno di quelli extra-lusso da 300£.
Mi sono accontentato di uno semplice da 50£, e ho scelto il tartan dei McKenzie, perché mi piace il nome del clan e perché erano gli antichi proprietari del castello di eilean Donan. La sera prima della partenza mi sono stati regalati uno sporran (la tasca di pelle da legare in vita quando si indossa il kilt), del whisky (che si impara ad amare pian pianino) e varie altre cosucce. Tra l’altro portavo, tra i cimeli, una bandiera della Scozia piuttosto voluminosa che occupa una porzione non indifferente della parete della mia stanza. Diciamo che ovunque giri la testa, nella mia camera vedo cose che mi ricordano quel viaggio, e non posso certo dire che la cosa mi dispiaccia.

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