Pamphlet sullo studio delle lingue straniere.

   Oggi vorrei dedicare un’ora del mio tempo alla scrittura di un articolo per difendere, ancora, lo studio delle lingue all’università. Quando mi viene chiesto quali lingue io stia studiando mi viene sempre fatta la stessa domanda: “perché mai uno dovrebbe studiare il norvegese?”, ed è sempre la solita storia. *Silenzio imbarazzato* e poi si cerca di spiegarlo senza perdere la calma. Imparare una lingua è una questione molto seria, e nell’era di McDonald e di Justin Bieber ciò può creare dei problemi a molte persone.
     Diciamocelo chiaramente: imparare una lingua può farlo chiunque, specie in situazioni contingenti, ad esempio quando si è emigrati e si è costretti a parlare l’idioma locale per poter trovare lavoro, ma questi sono casi limite. Infatti studiarsi una lingua è tutt’altra faccenda, e non è una questione alla portata di chiunque. Soprattutto se si studiano lingue e letterature la faccenda si complica, e in effetti gli studenti tendono a differenziarsi in due gruppi: i letterati e i linguisti. Al primo gruppo appartengono quei sognatori un po’ burrosi che considerano la conoscenza della lingua come uno strumento per decollare verso i cieli dei capolavori letterari scritti nelle lingue che loro studiano. Niente di male ovviamente. Al secondo gruppo, invece, appartengono quelle persone con una mente più razionale e “matematica” (passatemi la bestemmia), che sebbene spesso perdano l’uso della ragione di fronte ai numeri, si trovano perfettamente a loro agio nell’avere a che fare con flessioni, affissi, palatalizzazione delle velari, biplanarità, agglutinazione, fricative laterali sorde…sì, lo so, avete già capito a quale categoria appartengo, adesso la smetto! Insomma, queste persone si trovano di più a loro agio con la parte scientifica della lingua, e sono interessati di più al suo funzionamento che non al suo impiego.
     Qui ho proposto i due esempi limite degli studenti di lingue, ma ne esistono altri intermedi e altri che non c’entrano nulla. Ne cito a titolo di esempio uno, che mi sta molto sul cuore (per non dire qualcosa di volgare), che è colui che studia lingue per imparare le lingue. Di solito sono quelli che si guardano bene dal scegliere esami liberi di linguistica, di storia della lingua, di filologia, o di letteratura…vanno direttamente per un’altra lingua, perché il loro obiettivo non è conoscere e comprendere il funzionamento di una lingua e lo sfondo su cui essa si colloca. Per loro è importante PARLARE quante più lingue possibile. Niente di male, naturalmente, ma per queste persone esistono i corsi di lingue DeAgostini. All’università io preferirei fare altro.
     Rimane comunque il fatto che, a dispetto della categoria di appartenenza, uno deve comunque superare esami più nelle cordi degli appartenenti all’altra categoria. Emerge da questo quadro che lo studio di lingue e letterature straniere sia una patata non indifferente. In effetti molti degli studenti del primo gruppo hanno dei guai seri con la materie forti del secondo gruppo e viceversa. Questo perché nello studio linguistico entra in gioco l’emisfero sinistro del cervello, ovvero quello deputato alle attività logico-razionali, mentre per la letteratura si deve fare affidamento sul destro, ovvero quello della fantasia e della creatività. Sappiamo bene tutti che in genere le persone hanno il loro punto di forza in un emisfero specifico, e difficilmente in entrambi, per cui immaginatevi chi si prenderebbe la briga di far andare due emisferi quando siamo tutti abituati a tenere il cervello staccato del tutto.
     Qui abbiamo già individuato un problema serio: per studiare lingue bisogna usare il cervello. Non che per studiare il resto non serva cervello, ma se uniamo il problema di usare sia abilità logiche sia creative a quello di dover maturare un’abilità pratica che consiste nello strutturare una nuova impalcatura linguistica be’…ahi noi! Molte persone si immagino che imparare una lingua sia semplicemente come memorizzare tante parole nuove. Quelli meno idioti si spingono oltre: bisogna anche saperle mettere nel giusto ordine. Nessuno però fa il salto successivo: una lingua riflette un modo specifico di vedere il mondo, studiare certe lingue significa demolire tutto ciò che la nostra mente ha costruito come punti di riferimento nel capire la realtà. Sembra un nonsenso? Vi faccio un esempio fantastico: in alcune lingue africane le parole che descrivono i colori non hanno nulla a che vedere con le nostre, nel senso che invece di concentrarsi sulla qualità del colore, ovvero la lunghezza d’onda che fa percepire rosso, verde, azzurro etc, le loro parole descrivono delle gradazioni tonali e di intensità, così che certi tipi di rosso e certi tipi di verde o azzurro, verranno descritti dalla stessa parola. Hanno fatto un esperimento, mostrando ad un’occidentale un cerchio di quadrati verdi (a me sembravano tutti uguali eccetto uno che era impercettibilmente più granuloso, ma non gli ho dato importanza) e ad un africano un cerchio di quadrati verdi molto diversi fra loro più un quadratino azzurro. La richiesta era di trovare il quadratino diverso. L’africano non percepiva l’azzurro come diverso, e si soffermava a lungo su quei quadratini, molto indeciso, mentre sul cerchio di verdi apparentemente identici andava subito fulmineo a scegliere la tonalità diversa da tutte le altre. La domanda ancora senza risposta alla fine dell’esperimento era: questi africani “vedono” le cose come noi o in modo differente? E visto che i loro occhi non hanno nulla diverso dai nostri, non sarà che è la differenza linguistica a plasmare il loro modo diverso di vedere?
   So che a qualcuno possa non importare per niente ma è un esempio drastico di come studiare una lingua comporti il dover fare i conti con la propria storia culturale, il che non è un male visto il continuo emergere di movimenti xenofobi e razzisti. Studiare una lingua apre davvero la mente e una volta che il diverso si è compreso esso non appare poi così malvagio. Ma secondo voi quante persone sono disposte a mettersi in gioco fino a questo punto? La maggior parte delle persone si studicchia un po’ di inglese e se va bene di francese tanto per non avere sensi di colpa quando qualcuno chiede indicazioni per la strada, e rimangono serrate nel loro piccolo recinto urbano vedendo il resto del mondo ora come una giunga ostile, ora come una meta per vacanze in resort.

Per tornare alla domanda iniziale, studiare il norvegese può non fruttare tanto quanto studiare economia, anche se è tutto da dimostrare, visti i tempi che corrono, ma conoscere una nuova cultura espande la nostra realtà, ci rende cittadini consapevoli, e scegliere una lingua che appartiene ad una cultura che ci interessa rende il lavoro più facile. Guardate quanto sforzo fa l’unione europea per avvicinare i giovani dei diversi stati. Ormai è imperativo conoscere e studiare delle lingue straniere, e fare di questa conoscenza una professione non è affatto una cattiva idea: esperti di lingua servono un po’ in tutti i campi nel nuovo villaggio globale.

   Poi sfatiamo il mito dell’inutilità pratica degli studi linguistici. L’origine comune delle popolazioni indo-europee, anzi, l’intero concetto di indo-europeo, è nato nel 1800 proprio a seguito degli studi linguistici che hanno fatto emergere la parentela tra le lingue romanze, le germaniche, le slave, e il sanscrito, il persiano etc. Deducendo così l’origine comune di popoli tanto diversi e anche rivali tra di loro, il tutto decenni prima della scoperta del DNA. L’archeologia e le discipline storiche si appoggiano spesso alla linguistica per suffragare le loro tesi sull’origine e gli spostamenti delle popolazioni. Ad esempio, l’archeologia potrebbe rilevare somiglianze culturali tra due popoli ma non essere sicura se siano dovute a un origine comune o a un contatto, e allora viene in soccorso la linguistica, che con l’analisi di reperti (incisioni, epigrafi, testi etc.) può stabilire se esiste una somiglianza linguistica tale da giustificare l’ipotesi dell’origine comune.
   Per concludere, studiare lingue non è da tutti, non è facile e ci vuole passione, o si rischia di precipitare nell’idea che si sta sgobbando per niente. Capita anche a me di fermarmi e chiedermi perché sto studiando queste cose. Poi però mi ricordo di quanto mi piaccia conoscere, e di quanto sia importante aprire la mente a nuove realtà per migliorarsi sempre. D’accordo, suona cliché, ma che volete farci? Così è! Io adoro quello che faccio, e se avessi barattato questo futuro incerto che mi aspetta con un futuro tranquillo pagando il prezzo con una laurea in economia, sarei stato profondamente infelice, e siccome credo che la tranquillità e la sicurezza non valgano nulla se si hanno dei rimpianti e si è infelici, io vado avanti per la mia strada.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Anonymous ha detto:

    commento per farti i complimenti per il blog in generale e, in particolare, per questo post. Piacevole e interessante.jacopo jj

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...