Voglio pubblicare la traduzione (fatta da me medesimo) di tre poesie che ho letto su una raccolta di poesie celtiche che ho acquistato in Scozia. Non ho trovato da nessuna parte traduzioni italiane così ho pensato di arrangiarmi personalmente. Ovviamente la suggestione ne riesce molto ridotta, specialmente in questo caso di traduzione dall’inglese che era stato a sua volta tradotto dal gaelico. Una traduzione della traduzione per intenderci. Rimane comunque l’atmosfera rarefatta e misteriosa che queste parole evocano.

La Natura di TaliesinTaliesin (poeta gallese, VI sec.)

Non di madre né di padre fu la mia creazione.

Venni creato dai nove elementi –da quegli alberi da frutto, dai frutti del paradiso,

dalle primule e dai fiori di collina,

dalle infiorescenze degli alberi e dei cespugli

dalle radici della terra fui creato,

dalla ginestra e dall’ortica,

dall’acqua della nona onda.

La matematica mi incantò prima che fossi reso immortale,Gwydion mi creò con la sua verga magica.

Da Emrys e Euryon, da Mabon e Modronda cinque volte cinquanta maghi fui creato –creato dal Maestro nella sua più profonda estasi

dal più saggio dei druidi prima che il mondo iniziasse.

Conosco il sapere delle stelle dall’inizio dei tempi.


L’ incanto di SkyeAnonimo (VII sec. Ca.)

L’arpa aveva tre corde

era un così bel gioiello.

Una corda di ferro, una corda di bronzo,

una corda d’argento puro.

Questi erano i nomi delle corde:

Suantorrgles; Geantolrrgles la grande;

e Goiltorrgles era l’altra corda

che poteva far gemere qualunque uomo.

Se la pura Goiltorrgles vien pizzicata

per gli ospiti del mondo,

tutti loro sarebbero condotti al pianto.

Se la gioiosa Geantorrgles vien pizzicata,

per gli ospiti del mondo,

da essa trarrebbero il riso

per l’intero giorno fino al successivo.

Ma se la libera Suantorrgles venisse pizzicata per gli ospiti del grande universo

grande è il mistero –

tutti cadrebbero addormentati.

InvocazioneAmairgin (poeta iralndese, II sec. AC)


Io cerco la terra d’Irlanda.

Impetuoso è il mare fecondo,

feconde sono le montagne serrate,

serrati sono i boschi scroscianti,

scroscianti sono dei fiumi le cascate,

a cascata gli immissari dei laghi,

celebrati i pozzi delle colline

zampillanti le genti dei raduni,

al raduno del re di Tara,

Tara, collina delle tribù,

tribù del popolo di Mìlnavi e galee di Mil,

galee del possente Eire,

Eire possente e verde.

Un astuto incantesimo,

Furbizia delle mogli di Bres,

Bres, delle mogli di Buaigne,

grande signora Irlanda:

Eremòn la devastò,

Ir ed Eber la cercarono – 

Io cerco la terra d’Irlanda.

 

La poesia successiva è un eco del periodo terribile che ha interessato le Highlands tra settecento e ottocento, quando intere regioni vennero spopolate deportandone gli abitanti e le famiglie che le avevano abitate per secoli, con l’obiettivo di far posto alle pecore e alle riserve di caccia per i nobili. E’ un canto nostalgico e rabbioso, di una cultura che si sente al tramonto e che punta i piedi contro questa ingiustizia. Ancora troppo è lo stigma associato l gaelico in quanto lingua di poveri e addirittura ostacolo al benessere. La vergogna sta nel fatto che la lingua non è morta naturalmente, per così dire, come il latino che si è evoluto al punto di diventare irriconoscibile, ma è stata estirpata e uccisa con la forza da chi era al potere. Sembra quasi un testamento che vuole consegnare alla storia un’eredità importante, la quale non è più percepita come viva e vibrante. C’è un forte languore rassegnato che connota gli ultimi versi. L’autore non immaginava quanto avrebbe fatto il governo scozzese per salvare il gaelico!
La quarta invece è un’ode alla famosissima isola di Skye, incantevole mondo a parte nelle Ebridi interne. In queste l’autore lega elementi naturali a tratti caratteriali e culturali delle genti che la abitano. Anche qui si nota una nostalgia per il passato, un senso di decadenza e abbandono, e anche in queste righe esaltate sulla maestosità della natura dell’ovest si legge la disperazione di quel capitolo di storia scozzese che ha marcato così profondamente e in modo terribile le vite di tante persone.

La diaspora dei gaeli (Fuadach nan Gàidheal)
Eanraig MacIlleBhàin

Sono in lutto per le Highlands

ora tetre e dimenticate,
la terra dei miei padri,
i galanti e coraggiosi;
per far posto ai ricchi cacciatori,
le loro terre furono prese,
ed essi dovettero cercare
nuove case al di là delle onde.

Ah! Vergogna ai tiranni
che portarono desolazione,
che bandirono i coraggiosi,
e misero pecore al loro posto;
dove un tempo sorrideva il giardino,
erbacce hanno dimora,
e si preferiscono i cervi
a una razza dal cuore leale.

Ah! Dove sono i genitori
e i figli che girovagavano laggiù?
Lo spettacolo della loro gioia
è superiore ad ogni altro;
Nessuna mungitrice dal cuore allegro
ci sorride al crepuscolo;
Il pastore non si vede più
sulla pianura.

L’allodola si libra ancora,
e canta nella sua gloria,
mentre nessuno ascolta
il suo dolce canto mattutino;
gli uomini dei clan se ne sono andati –
ma le loro gesta vivono nella storia –
come paglia nel vento
furon trasportate lontano.

Saluto all’Isola di Skye (Fàilte don Eilean Sgitheanach)
Niall MacLeòid

Oh! Un saluto ai tuoi picchi,
ai tuoi anfiteatri di roccia ammantati di malinconia,
le tue montagne fruttuose,
dove il giovane si muove agile!
L’inverno con la tempesta
si chiude attorno alle cime dei colli,
e ogni macchia boscosa, dal suo mugghiare,
viene rasa al suolo.

Vedo le Cuillin*
come un leone senza paura,
con la sua rozza criniera di neve
avvolgergli il capo;
e le sue guance bagnate
da torrenti spruzzanti,
che ruzzolano e si snodano
fino in fondo alle glen**

Le tue rocce si ergono fiere
come bastioni intorno a te,
mentre le nuvole, sempre irrequiete
circondano i loro picchi,
i cui piedi sono spazzati
da ruscelli truci e vagabondanti,
dall’ingrossarsi dell’oceano
che ruggisce sulla spiaggia.

Oh! Dove sono gli irriducibili
un tempo allevati nelle tue cavità,
che gioivano nell’andare a caccia
intorno alle cataste coperte di nebbia,
con la polvere sparata
dai loro fucili lustri,
mentre cani instancabile
inseguivano tenaci le piste?

Quegli eroi temerari
di fronte alla battaglia,
che non affonderebbero facilmente
all’avanzare del nemico;
non c’è dolore sul machair***
dove, dispiegando il loro stendardo,
non abbandonarono la loro storia
senza vergogna per la loro gente.

Ma le loro case sono ora spazzate dal vento
le loro stanze ricoperte d’erba,
mentre il loro valore
giace addormentato nella tomba;
la brezza dei freddi monti
sospira tristemente sugli altopiani,
lamentando la loro assenza
e richiamando la loro fama.

Oh! Dove si trovan tutti i piaceri
che ebbi nella mia infanzia,
prendendo miele dalle rose
nei tuoi dintorni più morbidi?
I miei compagni famiiliari
sono esiliati dai loro casolari,
il miele è stato prosciugato
e le rose non sbocciano.

E tuttavia mi son care le tue valli,
le strath**** e le montagne,
e la nebbia che dorme,
sugli alti terrapieni
le fertili strisce,
le aspre sporgenze,
e i torrenti che mormorano
ai bambini e alla cerva.

Possa la tua storia durare,
e i tuoi figli essere famosi,
finché la Terra raggrinzirà
e le nuvole ripiegate lontano!
Fintanto che la spuma marina,
si frange sui promontori,
la mia dedicazione resta
all’Isola della Nebbia!
_____________________________________
*Catena montuosa nel sud dell’isola di Skye, famosa per l’asperità dei monti aguzzi che si slanciano improvvisamente oltre i 900 metri pur essendo a due passi dal mare.
** Valli tipicamente strette e profonde
***Terreno in riva al mare reso fertile dalle alghe depositate dalla corrente
**** Valli tipicamente larghe e circondate da alture poco marcate, solitamente attraversate da fiumi.

La sesta è prettamente naturalistica ed è un inno alla stagione estiva. Le figure sono abbastanza cliché per noi lettori moderni (v. il canto degli uccelli e lo splendere del sole) ma non dimentichiamo che è una poesia scritta due secoli avanti Cristo! Resta comunque la forte devozione per l’uomo celtico rispetto alla Natura, che traspare in modo quasi infantile, nella connotazione di purezza e ingenuità che il termine può assumere.
   La quinta e ultima poesia, invece, l’ho letta come un lamento funebre dell’antica cultura gaelica soverchiata dalla pressione del dominio inglese (l’autrice è vissuta nel cuore del periodo in cui il Regno Unito comprendeva Gran Bretagna e Irlanda nella loro totalità, ed è morta prima che gran parte delle contee irlandesi decidessero la secessione dando vita all’odierna Repubblica d’Irlanda). Il testo si configura, quindi, come una grande metafora, che a sua volta racchiude metafore più specifiche.
Finias, Falias, Gorias e Murias sono quattro città che compaiono negli antichi cicli mitologici irlandesi. Una popolazione, che secondo la leggenda avrebbe abitato l’Irlanda prima dell’arrivo dei Celti, avrebbe lasciato l’isola per andare ad abitare remote isole boreali, dove appunto queste città si sarebbero trovate. Lì avrebbero appreso potenti arti magiche druidiche e avrebbero mantenuto il proposito di tornare in Irlanda un giorno. Questi uomini erano chiamati Túatha Dé Danann, (Popolo della dea Danu, IPA: irlandese antico: [t̪uːaθa d̪ʲeː d̪an̪an̪], irlandese moderno: [t̪ˠuːəhə dʲeː d̪ˠan̪ˠən̪ˠ]). Quando il momento del ritorno arrivò, i Túatha si trovarono a dover fronteggiare l’attacco di un’ondata migratoria dal sud: i Gaeli minacciavano le coste della loro isola. I nuovi venuti, alla fine, ebbero la meglio e i Túatha decisero di lasciar loro il dominio dell’isola per ritirarsi a vivere nelle più verdi colline del paese, conducendo un esistenza felice e immortale. Da questo momento i Túatha diventano creature del folklore e sono diventati quegli elfi (termine proprio del folklore germanico e non celtico nda.) che più la fanno da padrone nell’immaginario collettivo: alti, biondi, vestiti di verde, bellissimi ed esperti di arti magiche.
   La poesia sembra davvero efficace nel descrivere la situazione contemporanea all’autrice di perdita dell’identità e specificità irlandesi, ormai inglobate in quel calderone che è il Regno Unito. Il riferimento al moderno però, sempre che ci fosse davvero nell’intenzione dell’autrice, emerge soltanto dopo l’analisi del lettore, perché la poesia di per sé è squisitamente “mitologica” per ambientazione e scelte lessicali. Si coglie un senso di nostalgia, sembra il ritratto di un epoca di stagnazione dopo una tragica fine. Fortunatamente per l’autrice, però, al giorno d’oggi l’Irlanda e la sua cultura sono tutt’altro che finite, anzi continuano a catturare l’immaginario di persone che da tutto il mondo si appassionano alla sua cultura, alla sua musica, alle sue tradizioni…e alla sua birra!



Il Lamento delle Quattro Città
Fiona McLeod (1855-1905)

Finias e Falias
che fine hanno fatto?
E’ forse l’onda a nascondere Murias?
E Gorias conosce l’alba?
Non geme il vento
nella città delle gemme?
E le prue non salpano
su diademi caduti
e spire di fioco oro
e i palazzi pallidi
di Murias, le cui gesta furon narrate
prima che il mondo invecchiasse?

Piangano le donne, ahimè!
Oltre Finias?
Passa l’aquila
non vedendo che ombre sull’erba
Dove un tempo sorgeva Falias:
svettano le sue torri,
silenti e senza vita, verso i cieli gelati?
E sussurri e sospiri
    riempiono i crepuscoli di Finias
con amore che non si è raffreddato
dai tempi antichi.

Ascolta i rintocchi delle campane
E gli ululati del vento
I vecchi incantesimi
da tempo immemore,
Piangono davanti e dietro a me.

Non conosco altro che il mio dolore
eppure sono come la pioggia vagabonda
o come l’ombra del vento sull’erba,
oltre Finias della Rosa Scura:
O, tra i pinnacoli e la neve placida,
del Silenzio di Falias,
Io vado: o sono come l’onda che oziosa scorre
dove le pallide alghe, in boschetti senza canto,
crescono.
Sopra le torri e i palazzi caduti,
là dov’era la città del mare,
la città di Murias.

Il canto di maggio
Fion MacCumhail (II sec. AC)

Maggio, bello
stagione perfetta
merli cantano
là dove il sole splende.

L’ardito cuculo invoca
un benvenuto alla nobile estate:
mette fine alle amare tempeste
che hanno spogliato gli alberi del bosco.

L’Estate intaglia i torrenti;
veloci cavalli cercano acqua;
l’erica cresce alta;
il bel fogliame fiorisce.

Germoglia il biancospino;
dolce scorre l’oceano-
poiché l’estate lo assopisce;
Boccioli coprono il mondo…

Il vero uomo canta
felice nel giorno luminoso
canta a scuarciagola di Maggio
stagione bella.

______________________________

*Túatha è un antico lemma indoeuropeo che troviamo anche nella parola “tedesco”. Vi siete mai chiesti come mai la lingua della Germania si chiami tedesco che sembra non avere niente a che fare con la parola “Germania”? La ragione è che nel medioevo, accanto al latino, si era diffuso, come negli altri paesi europei, l’uso del volgare. I dotti tedeschi chiamavano la loro lingua volgare “theodisca lingua“, ovvero “lingua del popolo”, perché anche nel germanico antico ritroviamo la stessa parola che ha un parallelo nell’Irlandese Túatha.